Mentre nella Milano Marittima di oggi si dà caccia al (presunto) vip in quella della mia infanzia e gioventù le persone note cercavano solo discrezione. Essendo in larga parte gente molto conosciuta, e quasi tutti di loro, certo non passavano il tempo a rincorrersi e fotografarsi a vicenda! E anch’io se ci penso, di tanti non ho una foto che sia una, non ci pensavamo. Anche perché c’erano i riservatissimi (come tuttora la figlia di Ettore Muti), chi col suo selezionatissimo “giro” d’amici. Il paese era comunque uno straordinario laboratorio di “social climbing”, basti pensare al tabaccaio possessore d’uno dei più antichi castelli di Romagna, e la discendente decaduta d’uno dei più antichi casati di Romagna fare la manicure per campare. Se il fotografo Ghergo, a suo tempo, immortalò varie signore dell’aristocrazia e della più alta borghesia aventi legami parentali e vacanzieri con Milano Marittima, e la sua èlite (baronessa Berlingieri, principessa Ruspoli Salviati, Marella Caracciolo Agnelli), il Cecil Beaton della mia Milano Marittima, era il fotografo “Nando” (Nando per “noi” a dir la verità) alias il grande fotografo milanese Fernando Cioffi, tutt’ora professionista di fama internazionale, con un curriculum dove s’incontrano Richard Avedon ed Irving Penn. Ritraeva una Milano Marittima al contempo semplice ed elegante, votata al relax e senza affettazioni cafonal come oggi, distante anni luce dai paparazzi e dalle paparazzate che secondo alcuni giornalisti locali sarebbero centro e motore della località. Il negozio di “Nando” Cioffi si chiamava “Foto Blu” alla Quarta Traversa accanto al bar “Tre Gazzelle” dove partiva la gara di moto del circuito di Milano Marittima. Giocavo a Villa De Maria difronte al Caminetto coi suoi nipoti, che sono anche nipoti del grande pillicciaio milanese Lanati, amico di quella Paola Borboni che ebbe nel cervese Fabio Battistini il suo ultimo giovane compagno. Oltre che con la pellicola, si fotografa anche con la mente, la memoria. Ricordo in estate che il mio amico più caro, che veniva sempre a cercarmi era Marco Magli, rampollo della dinastia calzaturiera, la cui madre già allora parlando con la mia aveva avuto parole profetiche su ciò che si avviava a divenire Milano Marittima allineandosi alle località limitrofe (Savio, Pinarella, Cesenatico, ecc..) già preda delle orge del turismo di massa (e difatti vendette la villa per andare nella Sardegna dell’Aga Khan). Un’altra mia amica d’infanzia con radici cervesi ha recentemente contribuito con una bella bimba a perpetuare un’altra dinasty industriale (since 1820) di liquori, pelati e marmellate (Buton e Santa Rosa). Poi conobbi uno dei nipoti di Wanna Marchi, che aveva una nonna fruttivendola per 50 anni a Milano Marittima. La Wanna nazionale era l’opposto dell’immagine televisiva: gentilissima, schiva, all’ascolto del parere altrui. Era molto più sveglio di me, e le prime ragazzine le abbiamo corteggiate insieme. Timido come me, Giovanni Gardini, oggi direttore dei musei diocesani ravennati. Quante volte il nostro pallone finì nel giardino della villa della Giorgetta Ghetti, fra il Cluny e Baldani (oggi vi è un passaggio pedonale con negozi che collega i Viali Milano e Gramsci).  Le sorelle Rosina ed Erma Neri, zie dello studioso Giovanni, avevano vicino allo Sporting un bazar di giocattoli, uno dei più vecchi negozi di Milano Marittima. Ottime enigmiste, sempre pronte allo scherzo, si scambiavano le barzellette con Gino Bramieri (ecco, grazie a loro una foto con lui ce l’ho!). Altro zio era Remo Benini, molto amico di Guareschi.  Invece cercavo in tutti i modi di evitare i biondissimi e terribili pronipotini di Torquato Tasso, che dalla madre avevano ereditato l’illustre ascendenza dalla sorella del poeta, ma purtroppo non la sua solare simpatia contagiosa. Alla Terza Traversa vicino all’albergo della Stella Maris e alle scuole Mazzini, c’era la villa con ampio giardino del grande poeta dialettale romagnolo Bruto Carioli, la cui nipote Anna Carioli era mia compagna di ginnasio. D’estate facevamo gruppo alla sala giochi Hippy.

Quando l’uomo di fiducia di Donna Rachele Mussolini, il quale fra l’altro a Milano Marittima aveva pure aperto un bar alla quinta traversa (Bar Aurelia aperto negli anni 60), seppe da mia madre la mia fissa per i cappelli, mi regalò un sombrero messicano così grande che parevo Miguel Son Mì dello spot del Caffè Paulista versione baby. Morto da poco, penso proprio fosse uno dei pochissimi a ricevere gli auguri da Andreotti (di suo pugno) e a entrare in Vaticano con l’auto personale (che poi guidava da spavento e chissà quante volte l’avranno mandato a farsi benedire, e non certo in Vaticano). Purtroppo, tra i tanti nomi che avrei voluto fare di gente conosciuta di persona, non c’è quello della grande attrice Perla Peragallo, la cui madre aveva la casa di famiglia vicino alla mia. Il che è strano anche visto il fatto che le nostre famiglie avevano amicizie comuni, dalla Callas al numeroso nipotame di Papa Pacelli sparso tra Roma, Milano, Verona e Lugo. E non è molto che sua zia, l’ultranovantenne contessa Susanna Ginanni–Fantuzzi essendo io scapolo (o signorino come dice lei) mi ha simpaticamente proposto di sposarci per “rubare” alla duchessa Cayetana d’Alba il primato delle nozze fra una quasi centenaria ed un giovanotto! Un gioco, una boutade mentre mangiavamo la merenda ma che mi ricorda come ultimamente a Milano Marittima abbiamo visto fidanzamenti inventati solo per scopi pubblicitari, per mangiarci su e finire sui giornaletti delle sciampiste. Ora che è stato riportato in auge ai Magazzini del Sale lo stemma di Papa Innocenzo XI° Odescalchi (Papa e beato come Giovanni-Paolo II°) grazie al Lions Club Cervia Ad Novas ed al gruppo culturale Civiltà Salinara (cfr. Resto del Carlino e La Voce del 18.5.2013) voglio dedicare un ricordo a due carissime amiche della mia famiglia, per tanti anni habitués di Milano Marittima e pronipoti di questo pontefice. Gisela e Daniela erano di sangue misto slovacco, ungherese e tedesco. Gisela, la madre ad 80 anni era ancora una bellissima donna piena di fascino, e vero prototipo di cosmopolitismo mitteleuropeo (parlavano varie lingue e anche l’Italiano). Sua nonna la principessa Geraldina Odescalchi era dello stesso casato del Papa. Vivevano in Germania (Dortmund) dove s’erano rifugiate per sfuggire alle purghe comuniste dell’est, che già avevano ucciso il marito di Gisela colonnello dell’aviazione. Ufficiale dell’aviazione era anche il marito della nota romanziera “Liala” anche lei discendente degli Odescalchi e fra l’altro molto simile a Gisela come aspetto. Alta, severa, religiosissima, sebbene mi volesse molto bene e tenessimo regolare corrispondenza in tre lingue, mi sgridava spesso dandomi dell’ateo solo perché a differenza di lei non andavo a messa tutti i “santi” giorni! Gisela e Daniela avevano anche una parentela con Ida Ferenczy, la dama di compagnia preferita dell’imperatrice “Sissi” d’Austria.

Il Conte che non conta

Cartoline dal passato

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