la grande bellezza a milano marittimaTutto il mondo è paese? Forse, e guardando il film quanti parallelismi con Milano Marittima! All’inizio del film si sentono cinguettare gli uccellini, e ciò da noi è ancora normale a tutte le ore. Circa alla fine vediamo sul terrazzo del protagonista un centinaio di fenicotteri che ci richiamano quelli che popolano le nostre saline. L’assalto dei neoricchi cafoni e dei casinari della notte è nella festa d’inizio film. Lo squallore del teatrino vip o sedicenti, più o meno in auge, lo troviamo nel personaggio di Serena Grandi. Ma l’importante è dar fumo negli occhi perché il baraccone continui, palcoscenico ideale per ostentare arrivismo e superficialità, come nel personaggio di Isabella Ferrari, che ha poi quella tipica puzza sotto il naso di certi vacanzieri degli ultimi tempi che si credono i padroni del luogo. La parte che m’è piaciuta è il tentativo d’intervista alla ragazzotta intellettualoide, che vorrebbe sentirsi porre solo le domande che vuole lei, il che ricorda certa stampa locale genuflessa verso i soliti volti che con Milano Marittima poco o nulla hanno a che fare e tralascia la vera gente di Milano Marittima. L’acquedotto romano, poi, dove negli anni ’50 si rifugiavano quelli finiti a cercar fortuna a Roma, richiama quelli che oggi a Milano Marittima si ricoverano nella nostra archeologia rivierasca delle colonie abbandonate, vedi la Varese o la Balducci. Un altro tipo di isolamento, quello della vecchia élite, con la sua endogamia sociale e le sue case sconosciute e inaccessibili (anche ai cervesi) si trova nei personaggi di Pamela Villoresi, di Galatea Ranzi e del maggiordomo. La nostalgia dei bei tempi perduti e di un ben diverso “clima” di Milano Marittima è nei decaduti conti Colonna, mentre il carnevale di eventi vip, ristoranti blasonati, personaggi altolocati benché solo nei giornaletti gossip nazionalpopolari, si rispecchia in Sabrina Ferilli col corollario dei divertimentificio giovanile (non si vedeva l’ora di scippare a Rimini le stragi del sabato sera nell’incidente del figlio viziato di Pamela Villoresi). L’andazzo sempre più diffuso di frequentare la chiesa Stella Maris di Milano Marittima, in quanto di Milano Marittima quindi “vip” (vedendo anche qui un propulsore di avanzamento socialmondano), e l’ostinazione nel far finta di non vedere da parte di chi tutto ciò dovrebbe invece frenarlo (clero), lo troviamo nel mondanissimo Cardinale Bellucci, da cui non esce mai una parola religiosa: almeno lui per attirare gente danarosa punta sulla monaca santa. Il finale con la riflessione in spiaggia del protagonista riguardo il passato normale ed il presente squallido ed incasinato, la dice lunga.

Il Conte che non conta

La grande bellezza a Milano Marittima

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