Quando a Cervia c'era il luna parkTanti, tanti, decenni fa, su di un piazzale a lato del lungomare di Cervia, dove adesso c’è un piccolo parco urbano e due campi da tennis, fino agli anni cinquanta d’estate era occupato da un un luna park, molto assortito di stand, i baracconi come li chiamavamo noi. C’erano l’autoscontro, le giostre, il calcinculo, il tiro a segno con i gessetti tondi come bersaglio, oppure il tabellone coi vari livelli di bravura, e anche quello che se centravi il bersaglio ti scattava la foto, ma era quasi impossibile colpirlo, poiché il pallino andava per conto suo e non dove miravi tu, così per farti la foto dovevi sparare almeno un sacco di colpi, poi, lasciandoti credere di aver centrato il bersaglio, te la scattavano loro.

C’erano i giochi per i più piccoli, come la pesca delle papere. Queste papere, piccole e ovviamente finte, galleggiavano, e con una canna da pesca con una lenza con legato un anello, dovevi infilarlo nel collo della papera e pescarla. Premio: un pesce rosso che ti consegnavano in un sacchettino di plastica pieno d’acqua, o l’immancabile bambolina. I premi potevano essere cumulativi e sommarli anche a quelli dei giorni futuri. Un altro gioco a premi, era quello degli anelli; compravi un certo numero di anelli di legno e il bersaglio era il collo di bottiglie di vino o di Vermout, e se lanciandoli ne infilavi almeno uno, vincevi quella bottiglia. Ce n’erano tanti altri di giochi, ma i pezzi da novanta del luna park di Cervia erano: la donna cannone, la donna barbuta, i nani saltimbanchi e il carrozzone con gli specchi deformanti. Sembrava impossibile, ma tutte le volte che entravi, davi delle craniate da bernoccolo.

Di giochi e baracconi ce n’erano tanti altri, ma vi parlerò solo di un altro, accompagnato da un breve aneddoto. Eravamo io e mio cugino Giorgio, abitavamo a poco più di cento metri, alla pensione Trieste, quindi tutte le sere eravamo lì, e il gioco che ci piaceva, era quello della corsa dei cavallini, naturalmente di plastica; era un piccolo ippodromo, circolare, con dieci piste, ognuna delle quali aveva sotto un meccanismo che faceva avanzare i Cavallini, ma era palese, che Galliano, il proprietario, faceva vincere chi voleva lui, ovviamente il cavallo meno puntato. Il gioco funzionava così: ogni giocatore poteva scommettere sul cavallo che voleva e il premio, in caso di vincita, era una bottiglia di Vermout. Anche qui, volendo, ad ogni vincita potevi chiedere un buono per il cumulo e c’erano dei premi molto belli ma solitamente irraggiungibili. Su un cavallino potevano esserci, per esempio, puntate dieci fiches, e sugli altri da zero o più. Le fiches le compravi da Galliano e costavano cinquanta lire l’una, e non erano altro che quelle fiches di plastica che si usavano in casa o nei bar quando si giocava a carte. Quelle fiches in negozio costavano dieci lire, semplice; quei due birichini di Paolo e Giorgio avevano comprato tante fiches in negozio, poi in diversi bar avevano dato le nuove in cambio delle vecchie, e udite, udite, oltre che qualche volta giocare loro, le vendevano a un prezzo inferiore a quello di Galliano. Naturalmente questo commercio, avveniva lontano dall’ippodromo e chi le voleva doveva comprarne qualcuna anche “legalmente”. Nel frattempo Galliano era un po’, anzi, tanto preoccupato, perché tutte le sere le sue fiches aumentavano e non riusciva a capire chi incolpare.

Una sera, che avevamo vinto una bottiglia di Vermout, decidemmo di berla, e ovviamente ci ubriacammo di brutto. Nausea, vomito, non riuscivamo a stare in piedi, e se riuscivamo ad alzarci, facevamo qualche metro barcollando, e poi di nuovo a terra. Qualcuno, che evidentemente ci conosceva, andò ad avvertire mio babbo, che immediatamente con mia zia venne a prenderci. Una volta in piedi, videro, che avevamo le tasche dei pantaloncini rigonfie. Guardarono il contenuto e videro che erano piene di fiches, e non solo mia zia si incaricò di riportarle a Galliano, apostrofandolo di brutto, ma pretendeva il rimborso, minacciandolo addirittura di denunciarlo per essersi approfittato di due bambini. Naturalmente Galliano ha capito subito e ha spiegato chi era la vittima e chi eventualmente doveva essere rimborsato. Immaginate com’è andata a finire? Avete indovinato!

Galliano in seguito si è accasato con la moglie a Cervia e frequentava d’inverno il Circolo C.R.A.L. Dopo qualche anno, ho incominciato anch’io a frequentarlo, e la prima volta che mi ha visto, con un sorriso mi ha salutato dicendo “Ehi lazzarone, sei venuto a vedere se puoi imbrogliarmi anche qua?”. In seguito, a tutti quelli che vedeva quando c’ero anch’io, raccontava, quasi con orgoglio, quel che gli avevo combinato e siamo poi diventati molto amici. Il luna park di Cervia si è poi trasferito per qualche anno dietro lo stadio di Milano Marittima. Qualche volta ci sono andato con la mia ragazza, diventata poi la mia fidanzata, infine mia moglie.

Paolo Maraldi

Quando a Cervia c’era il luna park
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