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Beata ignoranza

Il fotografo Crepaldi si é detto soddisfattissimo per il successo della sua recente mostra, specie fra i più giovani, avidi di sapere cose che nessuno prima aveva mai raccontato loro… Foto che testimoniano momenti di verità che, troppo spesso invece, non troviamo nei libri. Esempio è il libro di 63 pagine scritto nel 2005 da padre Pietro Rossi dei francescani intitolato “Milano Marittima Stella Maris, guida storico-religiosa”. Rossi scrive “Mancava uno studio organico e sintetico sulla sua origine storico-religiosa (riferito a Milano Marittima ndr). Il presente opuscolo si propone di rispondere a questa esigenza”. In primis, è già tanto che un frate dica una grande bugia, perché già nel 1980 padre Geremia Ronconi aveva pubblicato un libretto che, pur con tante mancanze, ripercorreva proprio l’origine della nostra parrocchia di Milano Marittima. Quando si prende in mano una guida, si vorrebbe che ciò che vi è scritto corrisponda al vero. Invece qui è tutto il contrario! Le prime 26 pagine non riguardano Milano Marittima. Nella sua autobiografia padre Pietro rivela essere alla Stella Maris “Solo da pochi mesi”: allora che fretta c’era? Perché non prendersi più tempo e scrivere qualcosa di veramente utile? Nonostante gli auspici (pag. 6) il risultato non è né organico né sintetico. L’auspicata “soddisfazione per chi legge” sarebbe stata raggiunta nel riportare fatti inerenti l’argomento, non un continuo sproloquio e prolissi riferimenti bibliografici a piè pagina. Si dilunga su futilità, poi diventa stringato ed evasivo allorché arriva ad argomenti che sarebbero interessanti! Non cita date, luoghi, nomi: ma che guida storica è? Un esempio eclatante, quando racconta “forse solo pochi sanno che se la Stella Maris è sorta si deve anche all’intervento di Benito Mussolini”. Domanda: se la cosa è sconosciuta e ti prefiggi di renderla nota, perché non la racconti come si deve? Invece Rossi non precisa l’anno, il luogo, i nomi dei vari personaggi coinvolti in questo atto così importante. Vorrei precisare che c’è anche un errore, perché la richiesta al Duce di avere una chiesa per Milano Marittima non avvenne contestualmente all’inaugurazione del Lido, ma alla Rotonda 1° Maggio dove le due pie donne protagoniste della supplica avevano le loro botteghe. Quanto al “personaggio del corteo fascista” é ragionevole identificarlo con Dino ad Murét e non con Quinto Lugaresi che nella nostra città arrivò molto dopo. A pag. 30 e per 3 pagine si dilunga su Palanti manco l’avesse conosciuto di persona: si può parlare per 3 pagine di un uomo per sentito dire? Anche qui, pare un’assurdità che un frate ometta che Palanti fece il ritratto di Pio XI.

Papa Ratti fu estimatore, amico e protettore di un Monsignore della mia famiglia. Ambedue ordinati sacerdoti nel 1922, ambedue appassionati di studi storici ed antichi documenti fin da ragazzini, col manipolo di amici il futuro Papa aveva fatto Capodanno del 1900 in preghiera in cima al Vesuvio (su cui molto scrisse il mio parente), e sua nipote contessa Carla Ratti, ha poi sposato un imprenditore Napoletano. Ancora oggi sono in contatto coi vecchi domestici (pensionati) della famiglia, che quando hanno saputo della processione del Centenario presieduta da Tettamanzi, mi hanno chiesto i manifesti in ricordo dell’importante gemellaggio religioso. Quanti di noi hanno avuto la stessa sensibilità storica?

Tornando a Rossi, sarebbe stato più simpatico un accenno a Giovannino Guareschi, il babbo di “Don Camillo”, che a Milano Marittima era un habitué. Frate Davide è testimone di una mia recente conversazione con un giornalista di un quotidiano locale che, pur scrivendo spesso su Milano Marittima diceva di non aver mai sentito i nomi di De Maria del Woodpecker, “Pupo” Sovera o di Peppino Manzi e qui si torna al discorso iniziale, ovvero, quanto i giovani siano poco informati della storia della nostra città e quanto poco ne sappiano coloro che hanno sempre Milano Marittima sulla bocca. Il giovane giornalista mi ha citato proprio Guareschi e gli ho raccontato come venisse all’hotel Le Palme, di come tutti i giorni con la moglie andasse al Bar Barbanti e sicuramente alla dirimpettaia Stella Maris. Ancor più sorpreso è stato quando gli ho buttato li che secondo me nel personaggio combattivo di Don Camillo, Guareschi doveva averci messo anche qualcosa dei nostri altrettanto combattivi primi frati francescani. Proprio in questi giorni (Carlino 7.10.2013) a Brescello hanno ripreso la processione che vedeva portare il Crocifisso “parlante” di Don Camillo dalla chiesa al Po. Ricorda molto la nostra processione della Madonna, portata dalla chiesa alla spiaggia. Quanto poi al “referendum” (pag. 56) che i cittadini di Milano Marittima avrebbero fatto per non erigere il campanile della chiesa nuova è pura fantasia! Secondo Rossi, i residenti non volevano deturpare il paesaggio. La realtà è più prosaica: come disse la moglie dell’ing. Berardi, a non volerlo per motivi di sicurezza era l’aeronautica e fu il genero di Palanti insieme ad altre persone a chiedere semmai che non si rovinasse la vetrata posteriore sulla pineta, vetrata che, nel progetto originale il campanile avrebbe coperto. infine mancavano i soldi perché era fallita l’impresa del faccendiere siciliano Giuffré, triste personaggio di cui Rossi e a maggior ragione Geremia si guardano bene di non ricordare. Ancora pura immaginazione quando ricorda i baraccamenti in pineta, abitati da sfollati di guerra e da zingari (notizia che ritroviamo in un libro successivo di una nota giornalista): erano le baracche dei militari addetti all’aeroporto inglese nella pineta! Gli sfollati cervesi, invece, s’erano insediati nelle ville dei “signori”. Che nel Dopoguerra faticarono non poco per riappropiarsene! Insomma, se tali sono le guide storiche su Milano Marittima stiamo freschi! “Coraggio, il meglio è passato” diceva Flaiano.

Il Conte che non conta

Benedetto Autunno

Ci sono cose che non si spiegano, tipo chi fosse la mente malata dello stilista che disegnava i vestiti di “Kiss me Licia”? Oppure, ma che diavolo di lavoro facevano i fratelli Duke per aver tutto quel tempo libero per scorrazzare in lungo e in largo per Hazzard? Altre, invece, si spiegano benissimo. Nel Febbraio del 2013 avevamo perso per il maltempo almeno 200 pini (cfr. Corriere 27.02.2013) e poco dopo un esperto giardiniere Germano Lolli ci aveva spiegato “I pini di Milano Marittima sono destinati a cadere tutti entro pochi anni” (cfr. Voce 01.03.2013) dicendoci perché e percome. Naturalmente fu attaccato, anche nella sua professionalità. Però solo a Pinarella, con l’ultima burrascata, sono caduti altri 100 pini! Forse Lolli aveva ragione? Piove e cadono pini, nevica e cadono pini, tira vento e cadono pini, fra un po’ per tirar giù i pini basterà scoreggiare. Nel 1878 Oscar Wilde scriveva della nostra pineta “nobile foresta di pini” immersa in una “strana quiete”. E’ lontano il 1884 quando a Ravenna ci volle la carica di due compagnie di granatieri per disperdere i “pinetofili”, cioè le oltre 500 persone che al grido di “W il pineto” erano scese in piazza preoccupate che la bonifica ravennate compromettesse anche il verde. Milano Marittima la città giardino dove non solo non c’è più un fiorista, ma dove dovrebbero esserci tante case giardino ed invece ci sono sempre più case cemento: perché ciò che non fa la natura, lo fa la cementificazione. E dire che un tempo la gara fra i ricchi ed i signori era proprio incentrata sul verde! Gli intramontabili parametri del “io ce l’ho più lungo e più grande” si riferivano alle dimensioni dei giardini. Capofila di questa forma-mentis fu il Re Sole. Era più interessato al suo “green” che al suo palazzone, firmò non progetti edilizi ma bensì una piccola guida “La maniera di mostrare i giardini di Versailles”, 300 anni fa, e non abbiamo imparato niente. Su “La Gazzetta di Cervia” n.5 del 1958 già Spallicci scriveva l’articolo-denuncia “Gli italiani non hanno nessun amore per le piante” vedendo i primi abbattimenti a Milano Marittima.

Se in Canada (scrive la Stampa) “si aprono appositamente le funivie per regalare prospettive dall’alto” dei boschi colorati, da noi si sentono continuamente le motoseghe a far da triste controcanto agli uccellini, né possiamo trincerarci dietro ai giardinetti del Maggio in Fiore, che poi sono altri a farci. Almeno il Brasile ha giustificato il +28% di deforestazione con la necessità di costruire strade, ferrovie e dighe: qui sappiamo come sono ridotte strade e stazione dei treni, e si abbatte solo per fare appartamenti. Quando il Ginanni scrisse il suo trattato sulle pinete nostrane nel 700 gli ettari erano 889, oggi sono 260. Quindi, sono favole quelle riguardanti la “pineta secolare” di Milano Marittima dato che anche quel terzo rimasto, secolare non è. Prima mazzata alla pineta fu la deforestazione del 1917 per fornire 95.000 quintali di legname alla III Armata del duca d’Aosta. “Scempio” e “catastrofico” lo definisce Gino Pilandri, perché perpetrato anche senza rispettare le direttive governative. Fra le due guerre mondiali buona parte della (ex) pineta fu messa a reddito “per farne campi di riso e barbabietole” (per i cervesi) come scrisse Palanti. Proprio lui, a più riprese, si preoccupò del pineto “che minacciava di essere distrutto, quindi un merito grandissimo della nostra Società è stato quello di conservare il pineto di Cervia”.  Nel 1932 la Società milanese restituì al Comune tutta la zona delle traverse. Palanti se da un lato difende i bisogni soggettivi dei cervesi, dall’altro è irremovibile difensore dei diritti oggettivi del paesaggio verde. Palanti chiede inoltre che non si speculi, come più tardi dirà Spallicci a fine anni 50, invocando per Milano Marittima “un turismo che non può essere solo speculativo”. Altra grave deforestazione quella del 1945 per organizzare l’aeroporto militare inglese abbattendo 512 ettari di pineta. Altre stragi ci sono state nei decenni successivi con alcune grandi gelate come quella del 1954, o le abbondanti nevicate in pieno periodo pasquale come nel 1978 e nel 1986. Solo dal 1984 s’è parzialmente rimediato con rimboschimenti, e fanno perlomeno sorridere certe iniziative come “Piantiamo un milione di alberi” come quella promessa dai Lions (cfr. Carlino 12.11.11). In un intervista di fine Ottobre, Joel Cottin, curatore dei giardini di Versailles (vittima di una strage di alberi nel 1999) ha detto “Mi ricordo che, abbattuto il boschetto della Girandola, e lasciato per un anno senza cure, aveva perso tutta la sua struttura vegetale. Il primario obbligo del nostro mestiere è lavorare con le stagioni: se ne saltiamo una, è tutto da rifare, ed in un solo anno tutto può perdersi”.

In questo 2013, fra il maltempo d’inizio anno (oltre 200 alberi) e il maltempo di inizio Novembre (oltre 100 alberi) abbiamo perso 300 pini. Pauroso, e non possiamo consolarci coi giardinetti di Maggio, e quel che preoccupa, è che abbiamo davanti ancora 3 mesi difficili climatologicamente. Certo è, che quando ero bambino, il clima era anche più rigido, però queste stragi così continuative non le ricordo.

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Anche i ricchi piangono

Ci sono illustri cervesi impegnati nella solidarietà, nel volontariato, nella beneficenza.  Mi onoro di essere amico di M. Adele Giordani Dal Pozzo dal 1978, da anni a capo di “Cervia Buona”. Conosco l’architetto Alessandro Savelli che è fra i fondatori del “Telefono Azzurro”. Sono stato compagno di scuola della suora missionaria (in Benin) Silvia Melandri. Quanto alla vecchia élite che frequentava la Milano Marittima degli anni d’oro, non era e tuttora non è dedita solo ai piaceri vacanzieri ed ai privilegi del conto in banca o del blasone. Perché, come diceva il titolo d’una vecchia telenovela, “anche i ricchi piangono” ed hanno i loro problemi come tutti. Per fortuna, cuore, sensibilità ed intelligenza si sono accompagnate ai privilegi di nascita, e queste famiglie si sono poi messe a disposizione del prossimo nel senso più cristiano del termine. Proprio recentemente (28 Maggio 2014) il Consiglio Provinciale di Bologna ha conferito un ennesimo e meritatissimo premio ad Isabella Seràgnoli “innovatrice del filantropismo storico familiare”. Tuttora presente nella nostra città, la famiglia Seràgnoli finanziava il famoso circuito motociclistico di Milano Marittima proprio intestato alla memoria di Lorenzo Seràgnoli, scomparso per una malattia fatale. Un altro grave lutto infantile fa si che oggi Matteo Marzotto sia a capo della FFC Onlus – Fibrosi Cistica, una fondazione benefica alter ego della sua vita nel campo della moda e del glamour. Sua madre Marta Vacondio aveva un’amica in Viale Verdi la cui villa non c’è più, mentre suo padre il conte Umberto Marzotto era amico d’una famiglia che tuttora abita a Milano Marittima. Diamante Marzotto, sorella di Matteo ha sposato un ravennate ed ha aperto tempo fa un bar-atelier vicino al Mercato Coperto. Infine, don Leopoldo Torlonia, che anni addietro abbiamo visto spesso a Milano Marittima e specialmente alle Siepi di Pupo Sovera, è dal 1996 Presidente e fondatore della Associazione Italiana Sindrome di Williams, cioè la malattia che ha colpito sua figlia Emanuela Torlonia. Spero che fra i nostri lettori, qualcuno possa dare un contributo a queste associazioni.

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Alta società

Emilde Mazzi

Emilde Mazzi

L’imperativo sociale ormai è “Sono, perché frequento” cioè frequento certi posti, ancor più certe persone. Specie i vip ci tengono a figurare sempre con tutte le generalità e se serve anche con tutte le parti del corpo. Parrebbe quindi vezzo snob l’abitudine della vecchia Milano Marittima di parlare di Tizio e Caio evitando cognomi, ma pure nomi in un turbinio di nomignoli e vezzeggiativi. Va detto che allora ci si conosceva tutti e a tutti i livelli. E non c’era bisogno di “apparire” squadernando i nomi, cognomi e titoli. Molti vezzeggiativi più che da snobismo d’élite nascevano dall’età infantile, quando si condividevano non solo le vacanze a Milano Marittima ma anche i collegi ed i salotti di città. Un esempio di questi multipli intrecci può farsi dicendo che una delle più anziane residenti la contessa Ginanni-Fantuzzi da bambina era compagnia di collegio a Roma di Itala Rossoni figlia del gerarca Edmondo, che venne a Milano Marittima in rappresentanza di Mussolini per inaugurare le nuove arterie stradali realizzate dalla ditta Lenzi e Poli della quale era dirigente locale il cervese Cattaneo Mazzolani alla cui famiglia dobbiamo anche i nostri cinema. Quindi è forse vero il contrario: le vecchie famiglie altoborghesi della nostra città sono così poco conosciute anche da storici e da giornalisti, impegnati a correre dietro al CESS-SET, proprio perché permeate dal “fascino discreto della borghesia”. La definizione giusta l’ha data il Sig. Paolo Tabanelli (la cui famiglia è a Milano Marittima dal 1939): “Siamo dei fantasmi” come già nel 1989 scriveva Laura Laurenzi in un suo libro inchiesta, “Purtroppo questi pochi superstiti del buon gusto, dell’ironia e dello scetticismo disincantato con la loro presenza ormai tenue e marginale non fanno che conferire maggiore risalto ai chiassosi campioni della cafoneria nazionale”. La recente morte di Teresa Sovera “Mimmina” (sorella di Pupo e di Gingi) e l’altrettanto recente centenario di una nota dinasty industriale insediatasi nel più bel attico della città, mi ha riportato alla mente proprio nomi iscritti nel DNA di Milano Marittima ma mai citati e addirittura dimenticati. Giorni fa sfogliavo “Vita in villa” libro che tratta delle vecchie ville e magioni dell’élite terriera del ravennate, e non casualmente vi ho letto i cognomi di alcune famiglie legate agli anni d’oro di Milano Marittima come i Capucci di Lugo, i Tazzari di Fusignano, i Raffi di San Michele, oppure le famiglie degli alti ufficiali come i General Cadorna, Caruso, Giunchi, gli Ammiragli Scopino, Aliprandi e Zanardi parente dei conti Rivani. Oppure basta dare un’occhiata alla lista dei fondatori del Circolo Nautico cervese nel 1952 capitanati da Giuseppe Gualdi, per sapere quale fosse l’élite di quel tempo e degli anni successivi (notaio conte Arrigo Rivani-Farolfi; conte Rodolfo Ferniani; dott. Giovanbattista Galeati; dott. Vincenzo Prestinenzi; dott. Sergio Serena-Monghini ecc.). Ma ciò valeva anche per chi veniva negli hotel che pur non avendo ancora 5 stelle erano il top. Quella vera e propria memoria del cuore nata fra gli habitués e il personale storico degli hotel. Una magia che non si compra, manco nei 20 stelle! Era l’anima degli hotel, un inquantificabile semplicità simil-familiare che faceva il vero lusso della vacanza signorile. Perché il vero lusso non nasce da chilometri di tappeti e broccati, né da quintali di marmi ed ottoni dorati. Caso esemplare gli Amenduni delle acciaierie Valbruna, che s’innamorarono tanto della nostra città da comprarsi “Le Palme” dove venivano come ospiti. Poi c’erano famiglie borghesi legate a Milano Marittima che, pur appartenenti a realtà minori, avevano comunque instaurato importantissime partnership con colossi industriali, come nel caso dei baracchini con i Galbani; e dei Brunori con i Krupp tedeschi. Per non dire delle “partnership parentali”, cioè i legami fra grandi famiglie di industriali per via matrimoniali. Basti l’esempio di Allegra Giuliani-Ricci la cui famiglia da sempre appartiene alla élite di Milano Marittima. Suo nonno era Serafino Ferruzzi. Suo zio era Raul Gardini. Sua zia Emanuela Serena-Monghini (la nota famiglia di petrolieri e banchieri). Suo marito Alfio Marchini (del colosso romano delle costruzioni e nipote dell’attrice Simona). Suo cognato Guido Barilla (della dinasty di pastai da poco insediatasi a Milano Marittima): questa era ed è la gente veramente vip di Milano Marittima, altro che quelli sbandierati negli articoletti di Donna Letizia. Spesso nella nostra cronaca nera estiva abbiamo letto di scippi di Rolex: chi sa che alla Settima Traversa venivano i discendenti di chi ha fatto la grandezza dell’orologio-gioiello (e non solo)? Era la famiglia della Sig.ra Claire Cottier, figlia di Louis Cottier “The king of World time watches” che nel 1931 inventò l’orologio ad ora universale. Il fratello di Claire, il Cardinale Georges Cottier (nato nel 1922) è un grande Teologo della Casa Pontificia, cioè del Papa. Altro gran nome dell’industria italiana e dei miliardi (di allora) era impersonato dalla marchesa Caterina Paulucci di Calboli, gran cavallerizza e con villa in fondo a Viale Leopardi, poi lasciata allorché iniziò a mutare il clima di Milano Marittima cioè quella mutazione genetica del DNA del nostro target che nessuno ha tutelato. Moglie d’uno strambo marchese forlivese, figlia d’un barone calabrese che si voleva di discendenze reali dai Re normanni, era nata a Trieste a casa del nonno materno Modiano, ebreo, produttore delle famose carte Modiano. Questi due nomi, Cottier e Modiano, già da soli darebbero l’idea di quale fosse la clientela di Milano Marittima, ed oggi? Per fortuna alcune rappresentanti di quel mondo resistono e siccome certo non le troverete mai (che orrore!) né nei ripetitivi articoli fashion di donna Letizia, né nelle pagine patinate di “Avvistabili” di “Milano Marittima Life”, il Conte, che le conosce di persona, ve ne presenta alcune. Chi vuol farsi un’idea subitànea della “signora bene” della vecchia élite di Milano Marittima prenderà a prototipo la Sig.ra Cristina Guidi. La famiglia ha casa dal 1939 e basta vederla a passeggio coi cagnetti, vestita di sobria eleganza per riconoscere subito in lei la “vera signora”. Altro affascinante mix di alta borghesia ed aristocrazia è Giovanna Travaglini-Diotallevi, anche lei dalla nascita nel DNA di Milano Marittima molto simile ad una lady della campagna inglese. Non parliamo poi del DNA della simpatica contessa Grazia Zanotti-Cavazzoni legato coi rami Aliprandi e Sacchetti da ben due secoli alla storia della nostra città. Con la solarità ereditata dagli avi cortigiani del Re Sole stigmatizza l’imperante arrivismo di Milano Marittima ricordando il motto “Todos Caballeros” ma con un bel punto interrogativo. E ricorda con nostalgia quando andava a leggere i giornalini dalle zie centenarie che avevano la cartoleria in piazza a Cervia. Sua figlia Vanina Aliprandi ha studiato la Colonia Varese grazie anche all’aiuto della figlia dell’architetto Loreti.

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Rita Magli di Bologna

Per la generazione precedente, la Sig.ra Jole Galeati, nata Plata e d’origine spagnola, il cui povero autista Gino, non slacciava la divisa né toglieva il berretto anche col caldo più soffocante. Appassionata di lirica, si faceva portare con le amiche sulla Mercedes 5000 all’Arena di Verona. In una sua villa si girò un film dell’amico Aliprandi. Stesso stile depassé per il maggiordomo Vittorio di casa Serena-Monghini, impeccabile nella sua giacca bianca in pendant coi guanti, sia quando accompagna la signora sia quando ne accompagna i cani. Del resto, i Serena-Monghini sono discendenti d’illustri cognomi, come i conti Guarini, noblesse oblige! Tuttora a mezzo secolo di distanza, donna Ada Serena-Monghini ricorda come fosse dolce la vita dell’alta società a Milano Marittima allorché “si andava di villa in villa” per giocare a carte dai Majani, o ai garden-party dei Travaglini-Diotallevi, o solo per fare salotto e conversazione incantandosi davanti all’oratoria dello zio Antonio, amico di Benedetto Croce, alla cui famiglia era legato anche il nonno di chi scrive. C’è ancora chi ricorda la generosa Sig.raBabini, con la villa all’Ottava Traversa (oggi condominio Grazia): caricava sul macchinone i bimbi del rione e li portava a mangiare il gelato in centro. Dama vecchio stampo, ma anche Dama di Commenda dell’Ordine Mauriziano è Marta Quadalti-Senzani, di nota famiglia d’industriali faentini. Suo padre meritò un monumento, un libro, e qualcuno voleva dedicargli pure un film. Da una vita ha una cameriera personale che chiama democraticamente “la mia collaboratrice” tout-court. E’ una persona deliziosa. Di vecchio ceppo cervese è Giovanna Gualdi, che non è ancora riuscita a portarmi a Medjugorje in trio con la duchessa Grazia Salviati, sorella di Jas Gawronski e nipote del Beato Frassati. Era sua la barchina “Gigio” (dalle iniziali sue e del marito) con cui portiamo in processione la Madonna Stella Maris. Adoravo i cagnoni di sua cognata Paola. E’ scrittrice, ma se scrive bene sa conversare ancora meglio, come in un salotto del 700. Dovrebbero essere le regine di Milano Marittima in ogni senso, invece gareggiano in semplicità, modestia e vita ritirata: sono le nipoti di due fondatori, cioè Paola Romagnoli e Luisa Bianchi. Se i loro nonni avessero registrato come marchio il nome “Milano Marittima” oggi sarebbero state miliardarie, invece devono vedere, come noi, il nome della città usato e abusato da tutti. Nonostante il cognome, Paola Romagnoli è lombarda DOC, ma dice di essere contenta di chiamarsi così perché ama la gente di Romagna, forte, combattiva e intraprendente. Fu suo padre Piercarlo (altro che leggende di referendum e sensibilità locali) a dire a padre Geremia di non fare il campanile davanti alla vetrata sulla pineta, che Luca Goldoni tuttora ama tanto. Mi ha regalato la copia del catalogo sulla mostra del nonno che era destinata all’amica contessa Giuliamaria Crespi (sono entrambe dirigenti del FAI). Simile all’ex zarina del Corriere della Sera è Luisa Bianchi, tipica signora lombarda old-style: pratica, senza fronzoli, diretta e simpatica. Il marito si chiama Roberto Baggio, non è il calciatore ma ha un fisico da fare invidia a tanti atleti con un terzo dei suoi anni. Una volta stavamo parlando sul ciglio della strada, si fermò un auto ed alla classica domanda “Scusate, voi siete del posto?” scoppiamo a ridere: come andare a Roma e chiedere al Papa se è cattolico. Chiudo questo mio racconto ricordando un’altra signora, anzi un vero personaggio, Carmen Bagnoli conosciuta come Pantani dal nome del marito Mario Pantani (buon pittore) titolare dell’omonima boutique. Solo entrare nel suo negozio barocco, sempre permeato da profumo di “VU” era un’esperienza. Era piacevolissima anche durante le pause allo Sporting quando faceva un po’ la turista sorseggiando l’adorata Schweppes. Il primo negozio l’aveva aperto a Cesenatico.

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Alluvione del 6 Febbraio 2015

Alluvione del 6 Febbraio 2015

Una boa arrivata in Viale 2 Giugno

Innanzitutto mando un abbraccio solidale a tutti gli alluvionati, poi vorrei aggiungere che trovarmi il mare sotto casa non é stata un novità: in 41 anni ne ho visti molti di allagamenti a Milano Marittima, addirittura arrivati fin dentro la pineta! Il 6 Febbraio, durante l’alluvione, c’è stato chi si è rimboccato le maniche “alla romagnola”, senza aspettare nessuno e senza perdersi in recriminazioni, pulendo il suo e anche quello dei vicini. Questi siamo “noi”, che abbiamo Milano Marittima nel cuore. Dall’altra parte c’è stato chi non ha mosso un dito, ovvero chi Milano Marittima ce l’ha sempre e solo sulle t-shirt, e ha pensato purtroppo di muovere il suo suv andando in giro a godersi lo spettacolo, facendo foto, sfrecciando per i viali creando altissimi spruzzi con effetto doccia su chi era in strada con già abbastanza casini. Loro, i vip di Mi.Ma. che anche Domenica 8 mentre operatori e residenti storici erano impegnatissimi con vanghe e stivali (compreso il sindaco al quale vanno i complimenti per come ha gestito la situazione) andavano nei Bar come se niente fosse. Questi, gli pseudofighetti cafonal tipici del weekend in perfetto dress code per zone alluvionate: lunghe pellicce e cappotti cammello, jeans bianchi assortiti da mocassini scamosciati. Non sono poi mancati come al solito i commenti fuori luogo come il loro look, offendendo le orecchie di chi cercava di godersi una pausa caffè come una mia amica marchesa sfollata col canotto la sera prima. Erano fuori luogo come certi resoconti che chi abita a Milano Marittima non può certo accettare. Ad esempio, non è stata la tempesta che da sola “ha creato vuoti incolmabili in varie rotonde e all’Anello del Pino dove prima facevano bella mostra gli ombrelli verdi” (Corriere 12.02.2015) o che ha “distrutto” Parco Treffz (Carlino 12.02.2015). Gia da anni il Parco Treffz è stato molto ridimensionato con gli alberi, specie quando attorno hanno messo le strisce blu poi magicamente diventate bianche. In Piazzale Torino era già stata tolta la fontana centrale. Già nei giorni 26/29 Gennaio, mezzo Anello del Pino era stato deforestato e reso irriconoscibile dalle motoseghe, attive anche in altri punti limitrofi. Il Tg Rai di Domenica 8 mostrava la settima ed ottava traversa fra le più colpite, eppure li già da anni moltissimi pini erano stati eliminati causa cementificazione. Mentre in Piazzale Genova motoseghe pubbliche e private avevano operato ampiamente nei giorni 14, 15, 16, 28 e 29 Gennaio, tagliando moltissimi rami e 4 pini grossi e dritti: altri 2 sono prossimi all’abbattimento. La burrasca del Febbraio 2013 abbatté 200 pini, quella del Novembre 2013 altri 100, questa volta pare siano circa mille. Si vuole sostituirli con palme ecc. Ma una Milano Marittima senza pini sarebbe come il Paradiso senza angeli.

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