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La cementificazione di Milano Marittima

Per comprendere come si sia evoluta nel tempo la cementificazione di Milano Marittima dobbiamo tornare indietro fino agli anni ’50.

Nonostante tutto quello che viene scritto oggi, spesso rovesciando i fatti, all’epoca la polemica sulla cementificazione di Milano Marittima fu rovente, coinvolgendo le più alte sfere politiche fino a Roma. Chi volesse farsi un’idea del clima di quei giorni, può sfogliare alcuni numeri del quindicinale “La Gazzetta di Cervia” (da non confondersi con il “Gazzettino di Cervia”) e vedrà che, dopo mezzo secolo, quegli articoli sono attualissimi.

LA PRIMA, GRANDE, CEMENTIFICAZIONE DI MILANO MARITTIMA

La cementificazione di Milano Marittima

Il grattacielo Marinella

Già nel biennio 1957-1958, quando si edificò il Marinella, abbiamo articoli sulla cementificazione, bastano talvolta i titoli: “Il nuovo volto non si addice a Milano Marittima” titolava la Gazzetta di Cervia n.6 Agosto 1957. Nello stesso anno, nel n.7 la filippica continuava. Nel n.3 del 1958 vi è un interessante articolo-intervista all’architetto Focaccia che val la pena di leggere e memorizzare. Nel n.5 del 1958 c’è un articolo di Aldo Spallicci dove scrive “Gli italiani non hanno nessun amore per le piante”, poiché già allora si sacrificavano pini e piante per far posto al cemento.

Tornando alla Gazzetta, nel n.13 del 1958, Spallicci (e non solo) scrive al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Interno perché a Milano Marittima sia tutelato “il rispetto della bellezza del paesaggio” dato che il turismo è si cosa importante per il posto ed ha le sue esigenze, ma “esigenze di un turismo che non dev’essere speculativo”. Parole e intenti profetici! Perché i turisti contano, ma contano anche i residenti.

Sappiamo che in altre cittadine turistiche d’élite come Forte dei Marmi, i sindaci hanno legiferato proprio per favorire in primis i residenti storici e frenare la loro “fuga” dal Forte per motivi analoghi che spesso sentiamo anche a Milano Marittima (vedi “La Stampa” del 22.08.2010). Recentemente a Desenzano sul Garda si è assistito a una vicenda simile alla nostra. Il quotidiano “La Repubblica” del 03.09.2011 dedicava già dalla prima pagina un grande articolo alla situazione “Giù le mani dalla spiaggia, la rivolta di Desenzano nel nome dei Feltrinelli, tutti contro il progetto che cementifica lo storico lungolago”. Noi potremmo titolare “Giù le mani dal Canalino, tutti contro il progetto che cementifica il Canalino nel nome di Palanti”.

Qualcuno potrebbe dire: ma allora a Milano Marittima non avrebbero più dovuto costruire dopo le villette dei milanesi? Intanto, le villette dei milanesi sarebbero dovute essere molte di più di quelle poi edificate effettivamente, e questo fa capire che il problema non è poi tanto il cemento in sé, ma il modo in cui è impiegato e soprattutto la quantità.

Nessuno pensa che Milano Marittima doveva rimanere una specie di villaggio dei Puffi, con le poche casine nel bosco incantato dove al massimo incontrare Biancaneve, i sette nani e Bambi, ma come in tutte le cose c’è modo e modo di farle.

la cementificazione di milano marittima

Scale davanti alle finestre altrui

Basta girare per Milano Marittima e si vede una quantità di appartamenti decisamente assurdi fra pseudo giardini privati o scale di accesso davanti alle finestre altrui e tante altre amenità che certo non sono segno di grande architettura di lusso.

la cementificazione di milano marittima

Il simbolo della cementificazione: un alberello imprigionato

Il Conte Ottavio Ausiello-Mazzi

Gosford Porch

Milano Marittma, villini e pineto. Un binomio che pare indissolubile, tutt’oggi sfruttato esattamente come cent’anni fa quando Palanti e soci iniziarono l’avventura. Ma è davvero ancora così? Nel libro catalogo (pag.21) della mostra sull’architetto Focaccia (20/06-8/07/2013) uno dei curatori scrive “Luoghi, spazi, edifici che diventano memoria, una memoria che ha valore IDENTITARIO, ma che è anche una grande risorsa da giocare per valorizzare il binomio turismo-cultura”. E’ lo stesso concetto espresso durante la Notte Rosa a Cervia, in Piazza Garibaldi, da Squinzi di Confindustria, e ripreso da Brusi dell’Ascom nostrana sul numero di Luglio di “La Riviera di Cervia” (“la cultura è bene primario”). Nello stesso periodico, a pag. 5, leggiamo anche “Un tema, quello del liberty, particolarmente caro a Milano Marittima che vanta significativi esempi di architettura nei famosi villini a mare e negli hotel storici come il Mare e Pineta”. Quanto al Sindaco, nell’intervista a Milano Marittima Life Anno 3 Numero 6 dice “Alcune villette ….. sono perfettamente conservate e sono testimonianza della bellezza che cento anni fa ha ispirato la nascita della località”. Nell’intervista di prassi sul Numero 7 dice poi “…. da qui parte l’invito, vieni a vedere con i tuoi occhi, la città ti invita a essere qui a celebrare i cent’anni per continuare ad essere con noi nella storia”. Ma cosa vediamo DAVVERO con i nostri occhi in primis noialtri, i residenti, che siamo l’anima di Milano Marittima? Cosa ci rimane di tante meraviglie? Bellaria ha fatto un museo della casa di Alfredo Panzini, San Mauro ha fatto lo stesso con Casa Pascoli e idem Cesenatico con Casa Moretti. E Cervia? E Milano Marittima? La villa di Max David è all’abbandono (sembra la casa della Famiglia Addams); la villa di Rino Alessi ci pare che sia stata rasa al suolo; l’abitazione di “Trùcolo” è stata venduta; la villa di Grazia Deledda invece di essere un museo cittadino al pari delle ville dei suoi predetti amici, è il parcheggio di un hotel e dormitorio del personale… E’ questo ciò che bisogna venire a vedere? A Milano Marittima restano le due villette di V.Le Ravenna (davanti alle Poste); la Villa Malagola recentemente restaurata in modo davvero encomiabile (nel suo libro Thomas Melai, a pag. 108, dice “milanesi”, ma in realtà i Malagola hanno origini ravennati); la Villa semidiroccata in V.le Gramsci del mio amico d’infanzia Giovanni G. e Villa Palanti (anche lei recentemente ben riattata). BASTA. A Cervia c’è giusto Villa Damerini (opera del Focaccia). Sul periodico “L’architetto illustrato” n.1/97 si legge “chi ha la fortuna di accedere all’interno…ecc..”. Chi scrive ha avuto la fortuna di accedervi più d’una volta, e di chiacchierare con la Contessa Bernabei (che un po’ ricorda Bette Davis) e ricordare ciò che, oramai, è solo una bella favola da ripetere su libri e giornali. Basti dire che a Milano Marittima dov’era la villa di un suo nipote oggi vi è un caseggiato con 11 campanelli! La realtà dei villini è oggi ben altra. Recentemente la stampa locale si è occupata (ancora!) di tali costruzioni.

Gosford Porch

E’ ancora grande lo stupore per l’inaugurazione di un complesso sul mare, per cui sono confluite rigorosamente ad invito circa 300 persone (Corriere 16/7/2013). A parte le 300 persone (ma dove le hanno messe?), ed il linguaggio da tangenziale (confluite) davvero non si capisce il “grande stupore” non trattandosi nè di Versailles nè di Peterhof (la reggia sul mare degli zar, dato che anche qui si parla di possibili compratori russi). Il fatto che certa gente si stupisca così facilmente è tutto dire. La lezione viene anche da oltre mare Adriatico. Sul venerdì di repubblica numero 1322 del 19.7.2013 potevamo leggere “Le strade di Zagabria sono allegramente invase dai tavolini dei bar, frequentatissimi, e le signore che se lo possono permettere optano per un’eleganza radical-chic. Nessuna pacchianata da nuovi ricchi. La nemesi di Milano Marittima”. Il film “Gosford Park” era ambientato in una di quelle stupende magioni inglesi tutte giardino, diventate celebri anche grazie a “Downton Abbey”. Grandi case, ampi giardini, il concept della vecchia Milano Marittima. Nonostante le iperboli, oggi invece abbiamo tanti “Gosford Porch” dove, per chi non mastica l’inglese, “porch” significa “terrazzino” dato che tali ville s’articolano perlopiù in ampi terrazzini. Negli anni 60/70 erano invece due gli attici di cui parlava tutta Milano Marittima, quello dei Redenti e quello dove tutt’oggi  abito io.

Gosford Porch

A proposito di films (cfr. “Quel che resta del giorno”) che grazie alle trame hanno riportato in auge certi mestieri come il maggiordomo (il butler), quest’estate (cfr. Corriere 8.7.2013) scopriamo che un famoso hotel della nostra città s’avvale del servizio di lustrascarpe. Che, anche in questo caso,  ci viene presentato come chissà quale novità (“Il 5 adesso ti lustra anche le scarpe” è il titolo dell’articolo). Quando dovrebbe essere notorio che, sia nelle dimore signorili, o comunque dello spesso invocato jet-set (cioè quelle dei presunti clienti), sia negli hotels di lusso d’una volta, ciò era nornalissimo! Invece leggiamo “ma per i turisti ospiti sarà una vera e propria sorpresa”. Insomma, ancora stupori per ciò che, per un certo target di persone, dovrebbe essere ordinario! Avranno maggiordomi e lustrascarpe, ma mi pare sia “vip” un po’ digiuni degli usi del “bel mondo”. Leggiamo ancora “sorpresa magari da immortalare e diffondere online”, il che fa di un servizio di top class un fenomeno da baraccone. Si insiste anche sul fatto che, udite udite, ad espletarlo sia un laureato. Inoltre tale servizio non era certo svolto a bordo piscina, ma molto più discretamente nelle ore di riposo dei “signori” ospiti. Come sempre, la parola d’ordine è OSTENTARE. E non parliamo d’un altra struttura pluristellata, che alla sommità ha un’insegna la quale, più che roba da grande hotel, ricorda le insegne “Pavesini” poste sopra tutti gli autogrill. Ma del resto, come giustamente ha detto il Dott. Aurelio De Maria durante una delle nostre chiacchierate “il gusto nasce dall’educazione” e quanto a gusto e signorilità, a Milano Marittima viene commisurata alla capacità d’esborso per metro quadro. Questo articolo (Corriere 16.7.2013) mette ancora una volta Milano Marittima in pendant con località come Forte dei Marmi.

Gosford Porch

Il quotidiano La Stampa s’occupa spesso di quella località, e recentemente (cfr. La Stampa 17.7.2013) in proposito si poteva leggere questo “La magnifica pineta, salvata grazie ad un vincolo paesaggistico, nasconde le ville costruite negli anni 20 dalle dinastie fiorentine e piemontesi”. Solo da questa frase salta agli occhi che il paragone proprio non regge. 1) Quella pineta è stata “salvata” da un vincolo, mentre qui da noi è notizia di pochi giorni fa che altri 10 ettari hanno ottenuto il cambio di destinazione d’uso per lottizzare (cfr. Corriere 27.6.2013); 2) Al Forte la pineta nasconde le ville e non è un loro “accessorio” carino e seduttivo per venderle meglio. Anzi, è un bene tutelato in quanto tale, un bene a sé e per sé. Unico punto in comune qui e la, sono i bisogni di corsi di bon-ton, dato che spesso il conto in banca risulta inversamente proporzionale alle maniere. A proposito di ville, la sera della festa della Rimessa del Sale, con tutta Cervia in fibrillazione e piena di gente, sono passato in bicicletta per Viale Roma sulle ore 22. Praticamente tutte le ville, più o meno storiche, erano al buio. Possibile che qualche luce costi così tanto? Un giardino o una facciata illuminati possono anche costituire un fattore di maggior sicurezza verso certi male intenzionati. Si fa più giornalismo d’inchiesta (e non celebrativo di tizio e caio, o di questa o quell’altra attività), ma si guarda in faccia alla realtà: vedi Rimini. Sul Carlino edizione di Rimini del 18.7.2013 si poteva leggere questo articolo “Chiese e reperti storici in rovina. Così Rimini abbandona i suoi tesori”.

Il Conte che non conta

La dolce vita

La dolce vita

Una Miss in Rotonda 1 Maggio

Durante l’estate c’erano i concorsi di bellezza, come “Lady Europa” e lo testimoniano le tante belle foto di Zangheri per i concorsi del patron De Maria al Woodpecker e quelle di Santarelli per i concorsi del patron Laghi al Pineta. A Milano Marittima certo non mancavano le bellezze del posto. Negli anni ’60/’70 la “vox populi” tuttora riscontrabile nei vecchi residenti, attribuiva la palma di “ragazza più bella” sostanzialmente a tre nobili fanciulle del posto, Isabella Ginanni-Fantuzzi, Emilde Mazzi e Giovanna Travaglini-Diotallevi. Venivano da famiglie la cui venustà era ereditata come il blasone. Donna Isabella, per matrimonio contessa Del Balzo di Presenzano, ereditava dalla madre (Contessa Susanna) una bellezza nordica e dalla nonna il fascino austroungarico di quell’aristocrazia mitteleuropea. Donna Emilde ereditava la sua bellezza dalle sette zie, fra cui una modella ispiratrice per la statua dell’Italia Vittoriosa nel 1918, tutt’oggi in Piazza Erbe a Verona. Aldo il parrucchiere-artista della Rotonda la definiva “il viso dalla bellezza antica”, viso poi sfruttato in fotoromanzi e pubblicità, mentre rifiutò la scrittura propostale dall’amico Prandino Visconti di Modrone (nipote di Luchino). Quanto a Donna Giovanna, la sua amica “Chicca” Menoni di Milano, caporedattrice di “Vogue” e di “Grazia” (veniva a Milano Marittima all’Hotel Serena) avrebbe ben potuto metterle in qualche pagina di una delle sue patinate riviste. Per il Coté borghesia va citata la Sig.ra Marisa Mazzoni, con bella villa (non più presente) alla Dodicesima Traversa. La fortuna di famiglia si doveva alle acciaierie (come per i Radaelli e Amenduni) e lei era di grande fascino e bella come una bambola di porcellana. Un’altra bellezza sua coetanea era la ferrarese Orsolina Zuffi. Poi la Sig.rina Antonietta Gardini, di agiatissima famiglia di Forlì (l’hospice Villa delle Orchidee era casa sua, in precedenza era degli industriali Becchi e prima ancora della contessa Maria Bardi Matteucci parente di mio nonno), che aprì un locale a Lido di Savio. Modella di professione (il che è tutto dire) la Sig.ra Dirani di Bagnacavallo, tedesca di nascita e già compagnia di collegio ed amica di Gunther Sachs von Opel (il celebre playboy marito di Brigitte Bardot e padrone della fabbrica di auto Opel).

La dolce vita

Emilde Mazzi

Alloggiava all’Hotel Imperiale. Col marito Ubaldo, ingegnere di fama (lavorò anche con Werner von Braun) e proprietario terriero confinante con gli Orselli-Mangelli (altri assidui di Milano Marittima col conte Merenda altro amico di chi scrive) erano spesso ospiti del celebre viveur Pazzaglia, che all’epoca si accompagnava a Milano Marittima con Barbara Bouchet. Passeggiando si poteva incontrare la sosia di Sophia Loren, la Sig.ra Malvina Franchini di Forlì, tutt’oggi assidua di Milano Marittima con la sorella Annarosa e la cugina Laura. Per quanto riguarda gli uomini, fossero bon vivants, viveurs o semplici “vitelloni” della più schietta tradizione rivierasca romagnola, si possono ricordare il conte Ferniani di Faenza e Ferruzzi Junior, che stupiva accendendosi le sigarette con le banconote. Poi gli avvocati Curies e Giardini. Veri personaggi erano Gilberto “Gil” Albertarelli, Piercarlo “Piero” Sintucci (figlio di una Zanuccoli), William “Piritòn” Candiani (originario della Voltre) col cugino Mario. Capitolo a parte il citato Pazzaglia. In un’occasione affittò un piccolo aeroplano perché “bombardasse” il luogo dov’era Barbara Bouchet con centinaia di coriandoli con scritto “Baba ti amo”, la stessa cosa fu fatta in Costa Azzurra da Gunter Sachs con Brigitte Bardot, ma non so chi dei due ispirò l’altro. Uno dei primi playboy di Milano Marittima fu il fratello del noto musicista Geden Cappellari insieme all’avvocato Curis fondatore del Circolo Nautico. Negli anni della dolce vita è tuttora in circolazione Giovanni Tazzari da Fusignano, collezionista di auto d’epoca e parente dei farmacisti Bedeschi. Vive nella villa che fu del poeta Monti proprietà di famiglia dal 1914. I ragazzotti cervesi nonostante i tentativi, erano tenuti a distanza dalle “signorine bene” di Milano Marittima e dovevano rifarsi con le turiste, specialmente le tedesche, il che in fin dei conti non era poi questo brutto ripiego, anzi, da queste occasioni sono poi nate unioni matrimoniali in non pochi casi. Negli anni ’70 la madre di Anna Falchi, per esempio, gestiva l’Hotel Crystal in Viale dei Pini, per dirne una. Ho avuto modo, chi più chi meno, di conoscere quasi tutte le persone citate sopra e per questo ho voluto ricordarle su questo blog, perché hanno fatto davvero parte degli anni d’oro di questa città e molto spesso sono dimenticate, per non dire sconosciute.

Il Conte che non conta

Spogliarelli, spogliatoi… spogliazioni!

Spogliarelli, spogliatoi... spogliazioni!

Gli antichi vasi sul ponte del Canalino di Milano Marittima

È notizia fresca (anzi calda, dato l’argomento) che Sara Tommasi debitamente chaperonata dal Paolini nazionale, si sarebbe data ad uno spogliarello di “protesta” a Milano Marittima causa ritardo del suo bus. Sfugge la ratio ispiratrice di una protesta che, se fosse imitata dai pendolari di tutta Italia trasformerebbe le nostre stazioni in altrettanti campi nudisti. Il giorno 24 (cfr, Carlino 25.6.2013) Paolini stesso si sarebbe messo in mutande davanti al Comune onde protestare per il degrado delle colonie di Milano Marittima. Cosa avrei dovuto fare io, quando in pubblica riunione proposi che la Monopoli, facilmente riattabile, diventasse il centro congressi e mi fu risposto che non ne capivo niente e che né li né in altre colonie si sarebbe potuto far qualcosa? Del resto, gli spogliarelli non sono infrequenti per le strade di Milano Marittima, in primis il Matteotti, quando in pieno giorno specie nei weekend estivi i pendolari della playa li scambiano per spogliatoi. Non si fanno granché scrupolo, nel cambiarsi davanti ai passanti per andare al mare o, tornati, per andare all’aperitivo in centro.  Sono soprattutto uomini, molti i lati B visionabili, qualche lato A, molta roba di serie C. Dopo gli spogliarelli e gli spogliatoi appena citati, veniamo alle spogliazioni. Un libro appena uscito scritto da un collega docente di museologia alla Sapienza riabilita Napoleone: non è vero che ha solo spogliato l’Italia di opere d’arte. Tanto ha contribuito a restaurare e preservare, e infine qualcosa siamo poi riusciti a riportalo a casa, dice la prof. Prese. Quanto a Cervia e Milano Marittima è stato asportato, restaurato, restituito, addirittura distrutto per sempre? Per l’ultima categoria vedasi l’ala Focaccia del Mare Pineta, per far posto ad un bello scatolone. Per Milano Marittima ricordiamo le colonne originali della rotonda 1° Maggio di cui ne restano 3 su 5 delle originali e fra l’altro, proprio di questa rotonda ci sarebbero progetti di Tonino Guerra rimasti lettera morta al pari del progetto che in illo tempore Enzo Prestinenzi aveva fatto per rinnovare il Porto Canale di Cervia. Le colonne originali, malridotte, sono state riesumate per il Centenario onde arredare la Rotonda Don Minzoni, che rispetto alla 1° Maggio è molto meglio e più illuminata (sulla scarsa illuminazione anche di Viale Matteotti cfr. protesta su stampa locale in data 24.6.2013). Ciò che invece è stato asportato, ma non ancora restituito dopo il restauro, sono i 6 grandi vasi in pietra che stavano sul Canalino. (cfr. Voce e Corriere 31.3.2013). Già a Natale (cfr. Voce 19.12.2012) Giovanni Camprini aveva chiesto che, a restauro fatto, fossero riposizionati NON più sul ponte del Canalino ma in Viale Roma o sul Lungomare o presso il Comune a Cervia. Ergo, ammesso e non concesso che tornino, perché riposizionarli dove di certo non farebbero la stessa “figura” che facevano sul Canalino? In Viale Roma sarebbe come condannarli all’oblio, perché è  molto meno frequentato del Canalino, dove molti li prendevano come soggetto per foto ricordo. Inoltre potrebbero essere facile bersaglio di vandalismi da parte dei tanti ragazzotti che, visti i locali limitrofi, stazionano nella zona. Anche a Milano Marittima vandalismi non mancano, ma finora i vasi sono risultati immuni. Vorrei ad esempio ricordare che nella notte tra il 22 ed il 23 Giugno ignoti hanno distrutto invece, e per l’ennesima volta, i piloncini della catena d’ingresso alla Stella Maris. Quanto a posizionarli sul Lungomare di Cervia, è talmente lungo e dispersivo che i vasi (sono solo 6) non farebbero gran figura come nello spazio più raccolto del Canalino. Le auto parcheggiate sul Lungomare non agevolerebbero poi la loro visibilità. Eppoi, mentre ormai nessuno ha più ricordo dei vasi a Cervia (erano davanti alla Casa del Fascio), moltissimi li ricordano a Milano Marittima. Anche il restauro filologico (com’era – dov’era) ha i suoi pro e i suoi contro, quindi. Sempre ricordando Napoleone, una famiglia cervese da lui gratificata col titolo di Baroni dell’Impero, è quella dei Mazzolani, al centro di un altro caso irrisolto. La domanda è: che fine hanno fatto i mosaici dell’antichissima Chiesa di San Martino Prope Litus Maris trovati durante i lavori in un terreno di proprietà di tale famiglia? È il quesito che si pone in primis il proprietario del sito, Eros Mazzolani. Appartiene ad una radicata famiglia che, negli ultimi 300 anni, ha scritto parecchie pagine (a vario titolo) della storia tanto di Cervia che di Milano Marittima. I mosaici torneranno, ritorneranno a Cervia o rimarranno in qualche deposito della sovraintendenza? Un articolo comparso sull’ultimo numero di Milano Marittima Life (anno 5 n. 9 Estate 2013) dovuto ad una giovane giornalista che ho visto praticamente nascere poiché appartiene per via materna ad una datata e ben radicata famiglia della storica élite di Milano Marittima tratta dell’iniziativa “Mosaico in tour” cioè dei laboratori di mosaico proposti negli stabilimenti balneari della Città Giardino quest’estate. Ma i nostri mosaici, quelli veri? Un vecchio proverbio dice “Impara l’arte e mettila da parte”, ma quando l’arte viene messa da parte, o da qualche parte, come facciamo poi ad impararla?

Il Conte che non conta

Movida o salotti?

Archiviata l’estate già si pensa alla prossima scadenza di bottega, cioè Natale (Corriere 10.10.2013): cenone ai magazzini, fuochi artificiali, negozi aperti fino a tarda notte e rassegna vinaiola, insomma tante novità, no? E nel frattempo? Dato che non si vive di solo pane, ci vengono proposti i mercoledì culturali di “Il sale della storia”, anche qui tante le novità dei temi trattati: spiaggia, pineta, villini, colonie, hotels. “La movida? Non esiste, è un’etichetta commerciale, un’invenzione dei mass-media applicata ad un nuovo modo di esprimersi” reclamava anni fa il regista Pedro Almodòvar intervistato dal nostro mensile “Moda” (n.64 Giugno1989). Almodòvar parlava di “un fermento culturale” con massimo fulgore fra il 1977 e il 1982. Ergo la movida è un movimento culturale, non il casino dei locali notturni. La movida spagnola era l’espressione di una rinnovata gioia di vivere dopo 40 anni di costrizioni imposte da una dittatura militare. Qui a Milano Marittima i nostri giovani non hanno alle spalle 40 anni di costrizioni, ma di troppo benessere che ha sortito l’effetto contrario che in Spagna, ha cioè annichilito proprio la cultura.

Vere palestre di pensiero, non certo per far cassetto, erano i salotti: ogni cittadina ne aveva uno. Fosse anche provincialissima, come la Bagheria dell’omonimo racconto di Dacia Maraini. Qui da noi siamo passati dai “trebbi” ai bar sport, passando al massimo per la sala d’aspetto del medico o la poltrona del barbiere. Un po’ deludente per l’arrogante città glam dei vip! Quella che si pubblicizza fra le località più rinomate al mondo. Quando ero bambino, ricordo nell’entourage che gravitava in casa del mio nonno paterno, diverse persone come il nipote di D’Annunzio il principe di Belmonte, sposato con una donna della stessa famiglia della mia bisava. Ricordo il cugino di Benedetto Croce, il duca di Castronuovo, zio della Benedetta Craveri che è una specialista dei salotti letterari del 700 e col marito fa parte d’un altro celebre salotto, quello di Castiglioncello. Ricordo il conte Coccia-Urbani che rappresentò Casa Savoia ai funerali di Dino Grandi, la cui famiglia continuava anche nel Dopoguerra a venire in vacanza a Milano Marittima. Ricordo il padre di Patrizia Pellegrino, ex fidanzata di quell’Alberto di Monaco che ossessivamente ci ricordano esser venuto a giocare a tennis. Ricordo il padre della principessa Colonna la cui famiglia aveva terre a Villa Inferno e ancora ne hanno a Savignano e Santarcangelo. Avevano creato un mensile politico di area monarchica sui cui scriveva il plurimedagliato Carlo Delcroix, che aveva una bella villa alla Terza Traversa. Qui a Milano Marittima in Viale Cadorna ci fu per breve tempo il salottino politico e nostalgico dell’Onorevole Clavenzani, frequentato in incognito da donna Rachele. Ma l’unico vero salotto degno di tale nome fu quello dell’avvocato Enrico Maria Redenti, nella sua villa sulla Rotonda Don Minzoni. Villa Redenti, con tanto di vigna, fu poi trasformata nel 1963 in un condominio, la Residenza San Domenico. Negli anni 70 due erano gli attici di cui parlavano a Milano Marittima, uno era questo appena descritto, l’altro (1964) quello di più modeste dimensioni ma non minori comfort dove abita tuttora chi scrive. Quando in una nota discoteca sento accogliere un tale sempre come “il Principe di Milano Marittima” mi viene rabbia perché lui con Milano Marittima non c’entra niente e penso che il titolo lo meritava proprio Redenti che era di famiglia di fondatori milanesi. Personaggio conservatore, molto religioso era amicissimo delle Orsoline e tuttora alla Stella Maris ci sono varie panche a nome di membri della famiglia.

Come ricorda la nipote di Palanti, era legatissimo alla moglie Melania detta “Ponpon” morta prematuramente. la simpatica contessa Paola Pullè (Redenti ci teneva alle amicizie blasonate) ricorda il successivo legame con Gabriella Ligi-Albanese, d’importante famiglia. Senza figli, forse per questo amò circondarsi di gioventù, specialmente “eletta” gioventù e magari avvocati come lui, come nel caso della frizzante Veronica Baggio (da parte di madre discendente di fondatori), o il marchese Gianraniero Paulucci di Calboli Ginassi la cui moglie conserva ancora foto di quegli anni. Poi c’erano altri amici, come i milanesi Giulianini proprietari di Villa Rovere a Forlì, i bolognesi Merlini-Paladini, i conti Guarini-Fabbri, insomma un ambientino degno della penna di Proust. Davvero un tempo “ricercato” e “perduto”… Sentendomelo ricordare, una persona che lo conobbe bene disse che se conoscevo i suoi amici, per la proprietà transitiva dovevo anch’io essere un gran signore, perché Redenti era snobbissimo e assai selettivo. Invece aveva anche un coté molto semplice, specie nei rapporti con i dipendenti e nell’amore per il mare e per… la piadina! Amava l’arte, nel 1967 organizzò una mostra con Werther Morigi, Mina ed Alighiero Noschese. Recentemente un politico (già nostro assessore) ha definito “un valore culturale spesso non percepito” quello degli stabilimenti balneari (Carlino 25.05.2013). Ecco cosa si intende per “cultura” nella Milano Marittima post-Redenti. Ne avrebbe sorriso? O forse per evitare di parlare, avrebbe tenuto impegnata la bocca con un pezzo di piadina calda, magari accarezzando con nonchalance il cagnetto Arù?

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