La storia di Cervia e Milano Marittima - Scopri la storia della nostra località.

Queen’s Pub

Il Queen’s Pub è stato un locale attivo fino alla fine degli anni ’90 al numero 10 di Viale Milano a Milano Marittima. Pare che uno dei gestori storici fosse un certo Novello Malatesta ma non vi è conferma di ciò. Per anni questa storica attività si è contraddistinta per l’atmosfera calda e accogliente, tipica appunto dei pub di quel tempo, e per le serate con musica dal vivo.

Il Queen’s Pub chiuse definitivamente i battenti nei primi anni 2000 lasciando il posto al Queen’s Green, un locale tinteggiato prevalentemente con i toni del verde che iniziò a seguire il cambiamento di Milano Marittima, sostituendo, quindi, la musica dal vivo con quella suonata dai deejay. Da allora sono state molteplici le chiusure e le riaperture, segno che nessuno è mai più riuscito a raggiungere i fasti di un tempo.

A quell’epoca il Queen’s completava la triade dei pub di Milano Marittima insieme allo Sherlock Holmes dei Venturi in Viale Matteotti e al White Corner in Rotonda Don Minzoni.

LE FOTO DEL QUEEN’S PUB DI MILANO MARITTIMA

Vi lasciamo ad alcune foto inviateci da Marco Magrini, jazzista che vi ha suonato molte volte portando anche grandi musicisti.

Queen's Pub

1996, Daniele Dall’Omo a sinistra e Davide Brillante (chitarra) con Marco Magrini a destra. Collezione Marco Magrini

Queen's Pub

1996, Gianni Daga (chitarra) e Adriano Pancaldi (contrabbasso). Collezione Marco Magrini

Queen's Pub

1996, Matteo Raggi al sax. Collezione Marco Magrini

Queen's Pub

Collezione Marco Magrini

Queen's Pub

Collezione Marco Magrini

Queen's Pub

Collezione Marco Magrini

Le nostre informazioni riguardo la storia del Queen’s Pub si fermano qui ma se qualcuno di voi lettori fosse in grado di ampliarla, anche solo con delle foto, scrivete a info@cerviaemilanomarittima.org.

Thomas Venturi

Il lungo giorno prima della liberazione di Cervia

Eugenio Cecchi racconta la missione del movimento di resistenza che vide coinvolto suo padre il giorno prima della liberazione di Cervia.

Mio babbo, Giovanni “Rino” Cecchi, non era inquadrato organicamente nelle formazioni partigiane che operavano a Cervia, ma era da tempo in contatto con le persone che, nell’imminenza dell’arrivo degli alleati, stavano organizzando il movimento di resistenza.

Il 21 Ottobre 1944, il giorno prima della liberazione di Cervia, gli venne consegnato un Carcano Mod. 91 e con il suo grande amico Spartaco Wilson Giorgini, armato di mitra MAB, tutti e due con una fascia tricolore al braccio, furono mandati a presidiare la centrale elettrica che, situata nella “torre” delle Saline, forniva la corrente elettrica ai macchinari delle saline stesse e all’Ospedale.

Il lungo giorno prima della liberazione di Cervia

Lastrina di caricamento del Carcano Mod. 91 ritrovata da Filippo Lucchi in pineta a Milano Marittima

Era quindi un obiettivo assai importante perché la sua distruzione avrebbe paralizzato l’attività sia delle pompe che impedivano l’allagamento delle Saline che dell’Ospedale, mettendone a rischio l’incolumità dei ricoverati. Per questo i sanitari chiesero ai partigiani di preservare la centrale.

Sapevano che non sarebbero stati soli e che altri partigiani, quelli dislocati sia nelle Saline che nella zona di Tantlon, dovevano muoversi verso Cervia alle prime luci dell’alba prima dell’arrivo degli alleati e raggiungerli alla centrale.

Alle prime luci dell’alba videro un gruppo di persone che, provenienti dalla zona di Pinarella, si dirigevano tra i campi in direzione di Ravenna. Poiché gli ordini ricevuti erano di aspettare sul luogo i rinforzi dei partigiani provenienti da Castiglione e non riuscendo a distinguere chi fossero, mio babbo e il suo compagno cercarono riparo dentro un canale.

Disgraziatamente Spartaco non era molto pratico circa l’uso del mitra MAB, e nella concitazione, lasciò partire una raffica che mise in allarme sia la retroguardia dei tedeschi, che in ritirata erano all’altezza della Madonna del Pino, sia le truppe canadesi che, provenienti da Tagliata e guidati dai partigiani Cervesi, stavano avanzando.

Ci fu una breve ma intensa sparatoria da ambo le parti poi la zona fu occupata dalle truppe Canadesi.

P.S. Spartaco era imbarcato sull’incrociatore S. Giorgio il 28 giugno 1940 quando le artiglierie contraeree della nave abbatterono l’aereo che trasportava Italo Balbo (scopri qui quale era villa di Balbo a Milano Marittima) scambiandolo per un bombardiere inglese.

Il mitra MAB Mod. 38 aveva due grilletti, uno per il tiro a raffica e uno per il tiro semiautomatico, nella concitazione del momento Spartaco premette inavvertitamente il grilletto posteriore, quello per la raffica.

Eugenio Cecchi

La liberazione di Cervia

La liberazione di Cervia raccontata da due dei suoi protagonisti: Oberdan Guidazzi e Giovanni Giunchi.

Oberdan Guidazzi fu uno dei protagonisti della liberazione di Cervia, il 22 ottobre 1944, tra i primi ad arrivare con i soldati canadesi.

LA LIBERAZIONE DI CERVIA E I SUOI PROTAGONISTI

Quella mattina, ritenendo che i tedeschi avessero abbandonato Cervia, uscì di casa e si avviò verso Tagliata, raggiunse la statale e vide i primi militari. Si aggregò al gruppo e gli venne dato un moschetto tedesco. Giunsero alle macerie della porta Cesenatico (leggi qui la storia sull’abbattimento delle porte di Cervia). I canadesi aggirarono le macerie e, seguiti dai civili, imboccarono corso Mazzini.

IL RICORDO DI OBERDAN GUIDAZZI

La liberazione di Cervia

“… Lo percorremmo tutto (corso Mazzini) tenendoci rasenti ai muri e arrivammo in piazza. Lì c’era già qualcuno, che ci accolse festosamente, mentre la campana del comune suonava, seguita da quella della chiesa. Io vidi mio babbo, i Boselli e Corsini arrivare dalla strada lungo il giardino Grazia Deledda e li salutai con un cenno festoso. In pochi minuti la piazza si riempì di gente che ballava e cantava Bandiera Rossa, l’Internazionale, Fratelli d’Italia e altre cante fino ad allora proibite”.

IL RICORDO DI GIOVANNI GIUNCHI

Dovettero passare ancora alcuni mesi per la definitiva fine della guerra ma un passo era stato fatto. Giovanni Giunchi, di qualche anno più giovane ricorda:

“Era una giornata di primavera e alle otto del mattino avevamo preso possesso del campanile che, da tempo, era divenuto la casa dei nostri giochi. Io, mio fratello Franco, Zimbo, Gigi Stagno, Alfonsino Braga, Ottaviano Ghiselli, eravamo saliti fino in cima, sicuri che qualcosa di importante stesse per accadere.

Già nella precedente serata, un bisbigliare continuo fra la gente e una visibile eccitazione, lasciavano presagire un evento meritevole di essere osservato al sicuro, dall’alto della nostra postazione.

Era abitudine, per fatti eccezionali, che le campane non dovessero suonare in modo tradizionale, cioè tirando dal basso le corde alle quali erano legate. In quelle occasioni, alcuni volenterosi salivano, per prendere possesso ognuno della propria campana e nel rispetto di un antico copione, percuotendo con forza e a tempo il battaglio, armonizzavano i rintocchi, ‘din don, din dan’, fin quasi a trasformare la cella campanaria in sala da concerto.

Da principio la piazza si animò, poi fu un vociare festoso al grido, ‘La guerra è finita! Libertà! Libertà!.

I nostri rintocchi riempivano di gioia l’aria, non ci eravamo fatti cogliere impreparati, anche se non comprendevamo sino in fondo il significato di quella festa. Poi arrivarono Gino e Paolo Guidazzi, i fratelli maggiori di Zimbo e Renzo Panzavolta, che con garbo, ci sfrattarono…”.

Franco Guidazzi

La “trafila” cervese dei generali inglesi

Il giornalista Massimo Previato racconta la fuga da Cervia dei generali inglesi coadiuvata da suo nonno Carlo Saporetti.

Tutta la notte con la pistola in mano, all’addiaccio, nel giardino di villa Maria Luisa, per difendere i generali inglesi. Così mio nonno, Carlo Saporetti, riuscì a salvare insieme ad altri valorosi cittadini, i generali Richard O’ Connor e Philip Neame. Furono ospitati nel periodo a cavallo fra la fine di novembre e la prima settimana del dicembre 1943 nella villa di Ida Paganelli, infermiera e militante antifascista, che per il suo coraggio venne in seguito catturata e torturata dai fascisti.

carlo saporetti

Carlo Saporetti

Durante il giorno Mario Spallicci, fratello del grande poeta Aldo “Spaldo”, si occupava dei militari. L’opera di quest’ultimo fu fondamentale in quella “trafila”, che vide poi i fuggiaschi in salvo al di là delle linee tedesche. Lo stesso dottor Spallicci visitò O’ Connor, affetto da bronchite e febbricitante, come pure fece sempre a proprio rischio e pericolo il dottor Tommaso Guerra. La Paganelli e la cugina Maria Valentini prestarono grande cura ai generali, che in alcune lettere a Saporetti ringraziarono per la grande ospitalità ricevuta, inclusi anche alcuni succulenti piatti di cappelletti e tagliatelle.

Philip Neame

Il generale Philip Neame

Nel frattempo il maresciallo Boyd – che faceva parte del trio fuggito dopo l’8 settembre dal campo di prigionia di Arezzo – veniva ospitato all’hotel Mare e Pineta, sotto le cure di Ettore Sovera. Ma facciamo un passo indietro. Infatti ai primi di novembre del 1943, come recita la “Relazione sull’assistenza prestata ai generali inglesi nel cervese” del Cln, giunse a Cervia da Ravenna Arnaldo Guerrini, deceduto poi nel luglio del 1944 in seguito alle torture delle SS nel carcere di Bologna. Quest’ultimo si rivolse a Aldo e Mario Spallicci per prendere accordi sulla possibilità di ospitare a Cervia i generali Neame, O’ Connor e il maresciallo dell’aria Owen Tudor Boyd. Gli Spallicci chiesero la collaborazione di Carlo Saporetti, con il quale – secondo le disposizioni del Guerrini – dovevano trovare una barca da pesca per condurre i militari all’alba in alto mare, dove sarebbero stati imbarcati da un sommergibile inglese.

Richard O'Connor

Ma in un secondo tempo il tenente colonnello Bruno Vailati, accompagnato da un membro del Cln di Forlì, modificò il piano. I generali, infatti, avrebbero raggiunto l’Italia meridionale per mezzo di una nave alleata, che si doveva trovare al largo della foce del Savio nella notte del 24 o del 28 novembre. Erano stati fissati due appuntamenti tenendo conto degli imprevisti. Spallicci prese poi contatto con Vailati per farli andare a Cervia nel caso fallisse l’operazione.

I generali giunsero in bicicletta da Forlì la sera del 23 novembre, accompagnati da Arturo Spazzoli e da altri due forlivesi. Al ponte di Savio furono ricevuti da Mario Spallicci e da Vailati, e accompagnati in una casa indicata da Antonio Rossi – sempre di Savio. Alle prime ore del giorno, guidati da Primo Pansecchi, si recarono sulla spiaggia adiacente alla foce del fiume, ma l’imbarco non avvenne. Alcune voci raccontano di come il generale Alexander ostacolasse il rientro di un suo “avversario” per il comando militare, quale era appunto Neame. Ma quella presunta verità non è mai diventata tale, e naviga ancora in quel gelido mare di novembre.

I generali si recarono così – sempre in bicicletta – a Milano Marittima, dove furono nascosti in una villa situata nella pineta. Però non era un posto sicuro, e così Federico Monti, Ferruccio Boselli e Ettore Sovera li accompagnarono in un’altra villa. Lo stesso Sovera provvedeva ogni giorno a sfamarli, portando loro le vivande dell’albergo, coadiuvato da Monti a Spallicci.

Un nuovo imbarco fu tentato la sera del 27 novembre, ma ancora senza esito. Ritornati a Milano Marittima i generali vennero accompagnati nella ennesima villa disabitata, però la zona pullulava di tedeschi, e alcuni di loro un giorno tentarono di forzarne la porta. Fortunatamente proprio in quel momento stavano arrivando Sovera e Spallicci con il cibo, e l’albergatore riuscì – grazie alla sua familiarità con la lingua tedesca – a fare desistere i soldati nazisti dal tentativo. Nel frattempo Spallicci ebbe il tempo di avvertire i fuggiaschi, dirottandoli insieme a Boselli in campagna.

Per breve tempo furono ospitati a Pisignano, in una stalla, poi Boselli avvertì Spallicci e Saporetti che era in atto uno scontro fra partigiani e nazisti, proprio in quella zona, e occorreva trasferire nuovamente gli inglesi. “Saporetti propose la villa di Ida Paganelli – si legge nel documento -, nella quale era stato ospitato poco prima il capitano dei Commandos Emery. Il Saporetti venne poi a sapere che la villa contigua era occupata da un maresciallo dei carabinieri mutilato, il quale riceveva visita dal maresciallo e comandante dell’arma locale Mannucci, fascista acceso e responsabile dell’arresto di due inglesi fuggiti dai campi di concentramento. Nonostante questo inconveniente, poiché il tempo stringeva, Saporetti decise per la villa “Maria Luisa” della infermiera antifascista.

Verso l’imbrunire lui stesso, recatosi nei pressi del cimitero di Cervia, attese i generali inglesi O’ Connor e Neame, che giunsero accompagnati da Boselli e dai coniugi Telesio. Questi ultimi proseguirono poi per Milano Marittima, con Monti e Spallicci, portando Boyd al Mare e Pineta. L’8 dicembre Vailati, che si era recato a Pesaro per pianificare la fuga dei militari, ritornò a Cervia in automobile per prelevare i generali e il maresciallo. “Tutte le spese per l’organizzazione e il vettovagliamento – si legge ancora -, sono state sostenute dalla organizzazione antifascista di Forlì e Cervia”.

I militari riuscirono poi a imbarcarsi a Cattolica, dopo altre peripezie, e Neame fu ricevuto nientemeno che da Winston Churcill. Le informazioni sui movimenti del nemico raccolte sull’Appennino forlivese, dove diversi militari inglesi erano riparati alla “Seghettina” appena fuggiti, furono davvero preziose.

O’ Connor scrisse a Carlo, nel dicembre del 1946, ringraziando tutti gli amici di Cervia per “la cortesia e l’assistenza”.

La “trafila” cervese dei generali inglesi

La lettera originale di Richard O’ Connor

La “trafila” cervese dei generali inglesi

La traduzione della lettera

Anche Emery scrisse, dispiacendosi per il “trattamento selvaggio dei fascisti e dei tedeschi riservato a Ida Paganelli, che mai dimenticherò per la sua generosità e gentilezza”.

La “trafila” cervese dei generali inglesi

Il certificato firmato dal generale Alexander

Alexander inviò infine un certificato di gratitudine a Saporetti, per l’aiuto prestato ai marinai, ai soldati e agli aviatori di “British Commonwealth of Nations”.


Massimo Previato

Il disastro aereo di Cervia

 4 Novembre 1971, un jet militare precipita schiantandosi sulle auto provocando quello che è conosciuto come il disastro aereo di Cervia.

Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario del disastro aereo di Cervia avvenuto il 4 Novembre del 1971 e nel quale vi furono 7 morti carbonizzati tra cui 4 bambini di età compresa tra i 12 e 5 anni.

ANTEFATTO

Nel 1967 la base aera di Pisignano divenne sede del 101º Gruppo Caccia Bombardieri e Ricognitori dell’8º Stormo. Da Marzo del 1971 iniziarono ad operare nella base i nuovi Aeritalia G-91Y, che verranno poi usati durante la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate che si sarebbe tenuta quello stesso anno.

IL DISASTRO AEREO DI CERVIA

Giovedì 4 Novembre la giornata era splendida e, complice la festività, migliaia di persone si erano messe in viaggio per raggiungere il mare percorrendo la Via Bollana che collega Cervia a Cesena. In aeroporto a Pisignano tutto era pronto per ospitare la manifestazione ed era in programma uno spettacolo acrobatico per mettere in mostra uno dei nuovi G-91Y pilotato dal tenente colonnello Luigi Weber.

Il disastro aereo di Cervia

Un G-91Y come quello coinvolto nell’incidente

L’aereo decollò dall’aeroporto poco prima delle 15.00 del pomeriggio e iniziò lo spettacolo acrobatico a bassa quota lasciando a bocca aperta le persone accorse all’evento.

Ad un tratto, poco dopo le 15.00, da uno dei motori del bireattore fu vista fuoriuscire una lingua di fuoco e subito dopo l’aereo cadde in vite piombando come una bomba sopra alle macchine in Via Bollana a pochi metri dal ristorante Al Ventaglio (oggi Ca’ Nori). I serbatoi dell’aereo erano pieni di cherosene e nell’impatto si alzarono fiamme altissime che si propagarono per centinaia di metri investendo ogni cosa.

disastro aereo di cervia ristorante al ventaglio

Il ristorante Al Ventaglio

L’Unità del 5 Novembre 1971 riporta così quegli attimi infernali

«Sulla strada decine di automobilisti aiutavano come potevano i feriti mentre il fuoco divampava ancora. Per più di cento metri intorno la terra, gli alberi, i cartelli della pubblicità apparivano completamente bruciati dal kerosene».

Testimoni hanno anche raccontato di aver visto decine di pecore incendiate scappare per i campi. In seguito, il pastore Fiore Monzione, proprietario del gregge, disse che si era salvato all’ultimo gettandosi a terra. Riportò solo alcune lievi ustioni ma il suo gregge fu decimato.

disastro aereo di cervia

La Stampa

LE VITTIME

II tragico bilancio, come riporta l’Unità, è di 7 morti. Oltre al pilota trentaduenne, il tenente colonnello Luigi Weber di Bolzano, persero la vita Giuliana Gambi di 36 anni di Cervia, i suoi due figli Giampiero e Guglielmo Giordani, rispettivamente di 12 e 9, un amico dei due ragazzi, Mauro Piraccini di 12 anni. Natalina Bianconcini di 5 anni fu la vittima più giovane, si trovava a bordo di una 500 giardiniera insieme ai genitori Luigi Bianconcini di 41 anni e Martina Bachilega di 39 anni, entrambi ricoverati al Sant’Orsola di Bologna e dal quale ospedale solo l’uomo tornerà a casa.

DISASTRO AEREO DI CERVIA: COSA È ANDATO STORTO?

È difficile riuscire a isolare un solo motivo dietro ai disastri aerei, nella quasi totalità dei casi è un insieme di fattori e questo incidente non sembra fare eccezione.

Sappiamo dai testimoni dell’epoca che una fiammata è uscita da uno dei due motori e che poi l’aereo è entrato in vite. Tutti gli aerei bimotore devono essere certificati per volare anche con un solo motore e il danneggiamento di uno di essi o di entrambi non è sinonimo di disastro. Anche senza motori un aereo è comunque in grado di compiere una planata e di avere così una chance per atterrare.

Non possiamo sapere se il guasto al motore o la stessa fiammata, magari a seguito di una vera e propria esplosione del reattore, abbia danneggiato qualche componente delle superfici di controllo primarie esterne o più probabilmente interne.

Nonostante tutti i piloti siano addestrati ad uscire dalla “vite”, non posso certo farlo in mancanza di una quota adeguata ed evidentemente Weber è stato vittima, più che del guasto al motore, di un ingresso in vite a bassa quota che non gli ha lasciato tempo di manovra.

Il pilota avrebbe potuto eiettarsi dall’aereo in qualsiasi momento, ma possiamo supporre che non l’abbia fatto per cercare fino all’ultimo di dirottare l’aereo sui campi e non sulla strada, come invece è successo.

luigi weber e il 101º Gruppo Caccia Bombardieri e Ricognitori dell'8º Stormo

Luigi Weber, secondo in alto da destra, in una foto del 101º Gruppo CBR. Foto: Antonio Vettor

Come è evidente, le cause che hanno portato al disastro aereo di Cervia sono state più di una. Hanno contribuito la scelta di effettuare il programma acrobatico a bassa quota, l’incendio di uno dei due reattori, l’ingresso in vite e non da meno la presenza di migliaia di persone in macchina per la festività. Se anche solo uno di questi fattori non ci fosse stato, forse non saremmo qui a parlare del cinquantesimo anniversario del disastro aereo di Cervia.

Thomas Venturi