La storia di Cervia e Milano Marittima - Scopri la storia della nostra località.

La storia di Cervia e Milano Marittima

Il mistero delle scale della Colonia Varese

Molto spesso a monumenti ed edifici abbandonati vengono attribuite storie prive di un background di ricerche solo per il gusto di voler dare a tutti i costi un’informazione; perché per alcuni ammettere che la storia non la si conosce spesso può risultare mortificante. Un esempio concreto di quanto detto accade per le colonie Varese e Montecatini; la torre di 55 metri di quest’ultima hanno sempre detto che fosse stata abbattuta dai tedeschi in ritirata ma grazie ad una foto aerea della RAF sono stato in grado di dimostrare che la torre era già stata abbattuta a Marzo del ’44, ben sette mesi prima della ritirata. In quella stessa foto si potevano, altresì, ammirare le scale della Colonia Varese ancora integre: quindi, la storia che fossero state minate durante la ritirata poteva avere senso.

colonia varese montecatini raf 1944

A sinistra la Colonia Montecatini con la torre distrutta. A destra la Varese con le tre croci sul tetto e le scale integre.

E di senso ne ha avuto fino a quando non mi è capitata tra le mani la foto riportata qui sotto che mostra il complesso delle scale della colonia ancora in piedi ben due anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

il mistero delle scale della colonia varese

Luglio 1947, i bambini di Budrio (BO) posano insieme alla maestra Ada Poli (terza fila a sinistra). In alto a destra le scale integre della Colonia Varese.

Ammetto che quando ho visto questa foto sono balzato sulla sedia, non mi sarei mai aspettato di vedere il complesso perfettamente intatto. Ma non era stato abbattuto in ritirata? Questa foto a dirla tutta testimonia una realtà dei fatti importante a livello di ricostruzione storica ma come ricercatore mi getta in un baratro di misteri.

il mistero delle scale della varese

La colonia ai giorni nostri, notare le nuove rampe di scale. La fisionomia dell’edificio è completamente modificata essendo stato tagliato di netto.

Poteva avere un senso che le scale fossero state abbattute in ritirata, i tedeschi lo facevano, ma non ha alcun senso che fossero state abbattute dopo la guerra e per giunta ricostruite parzialmente subito dopo. In questi anni ho letto alcune tesi di architettura e tutte confermavano tramite analisi sul posto che il corpo centrale delle scale fosse una parte nuova e agganciata alla vecchia struttura. Tutti i laureandi sono unanimi quando affermano che non hanno mai trovato uno straccio di documento che testimonia l’abbattimento né la tipologia di lavori eseguiti e i motivi: si parla sempre e solo di danni di guerra ma non della loro entità.

Di questi danni ne parla Ada Poli nei suoi interessanti ricordi che riporto di seguito.

Luglio 1947: due maestre, una cuoca, un aiuto in cucina e per le pulizie, un’ infermiera, un medico, un uomo tuttofare, un economo, una direttrice e una cinquantina di bambini partono da Budrio alla volta di Milano Marittima, colonia “Provincia di Varese”: la colonia che l’Amministrazione comunale ha affittato per i mesi estivi. Ada Poli, la maestra della fotografia riprodotta, ci racconta che la colonia marina del 1947, già ben strutturata nell’organizzazione, era stata preceduta da una specie di “prova” nel settembre 1946, in condizioni molto più precarie. Era uno splendido settembre – ricorda Ada- e anche se le difficoltà erano grandi, tutti si diedero da fare. Nell’edificio della “Colonia provincia di Varese” le distruzioni operate dalla guerra erano visibilissime: resa sicura la struttura, mancavano però ancora le porte e al loro posto si usavano cartoni, che sistemati alla sera, venivano tolti al mattino. Davanti all’entrata principale, il “tuttofare” Forlani aveva improvvisato una chiusura “di sicurezza” con un lungo asse per il bucato appoggiato di traverso ai cartoni. La cuoca, la Faturòna, si arrangiava, con le provviste che aveva, a preparare saporiti pranzi; le maestre, Ada Poli e Imelde Pasquali, si adattavano a dormire insieme all’infermiera in tre in una piccola stanza; la direttrice, Giorgina Tortora, imponeva il principio democratico che il cibo doveva essere uguale per tutti, bambini e personale, anche nella quantità… lasciando un po’ di fame negli adulti. E gli inconvenienti giornalieri erano tanti: la scoperta di pidocchi che imponeva drastiche tosate, i malesseri dovuti al sole su cui interveniva con prontezza il medico, Edmo Rizzi, che seguiva la salute dei bambini; la mancanza di servizi igienici in spiaggia. Ma l’allegria e i giochi ripagavano di tutto. E la prova funzionò molto bene, inducendo gli amministratori a deliberare il ripetersi dell’esperienza e la partenza nel luglio 1947 di una nuova squadra.

(Tratto dal sito del Comune di Budrio)

Nel corso degli anni ho personalmente raccolto alcune testimonianze di persone che nell’immediato Dopoguerra sono state ospiti alla Colonia Varese e tutte mi hanno confermato che la struttura era integra e le scale in piedi.

il mistero delle scale della Varese

La Colonia Varese senza le scale. Foto Zangheri

In una foto dell’Archivio Zangheri datata 10 Ottobre 1958 si vede la Varese in buone condizioni ma senza le scale. Il taglio della struttura è netto, preciso, quindi voluto e sicuramente non dovuto a danni di guerra come una esplosione. Due anni dopo, nel 1960, inizia la ricostruzione con il seguente documento “Pratica n°346/60 intestata a Amministrazione Colonia Varese Ampliamento” ma i lavori non verranno mai ultimati. Se le scale non furono abbattute durante la ritirata, se sono ancora in piedi come testimonia la foto del 1947 e le persone intervistate, perché sono state abbattute per essere ricostruite? Perché non ci sono documenti che ne testimoniano i motivi di tale intervento? Neanche la sua costruttrice, la CMC, è stata in grado di fornirmi informazioni al riguardo. Perché nessuno a Milano Marittima si ricorda di questo intervento così imponente? Credo, ormai, che la colonia Varese crollerà portandosi dietro questo mistero.

Thomas Venturi

Quando Milano Marittima bombardò Reggio Emilia

bombardamento cavriago 16 aprile 1945

La sede del comando tedesco vicino alla stazione di Cavriago

Cavriago, escludendo il capoluogo, fu nella Seconda Guerra Mondiale il paese più bombardato della provincia di Reggio Emilia. Nei bombardamenti persero la vita quattordici persone tra cui Claudia Morselli e Giovanna Menozzi due bambine di tre e otto anni. Ma veniamo ai fatti e per farlo dobbiamo tornate indietro ai tempi della Seconda Guerra Mondiale quando a Milano Marittima gli Alleati costruirono l’aeroporto nella pineta. Il conflitto stava ormai volgendo al termine con la resa dei tedeschi sempre più vicina ma alcune truppe ancora resistevano e fra queste c’era la 51° Gebirgskorps comandata dal generale Friedrich Williem Hauck che si era insediata in un edificio vicino alla stazione di Cavriago. Il 16 Aprile 1945 alle 15.25 dodici North American Mustang P-51 del 3° Squadron RAAF (Royal Australian Air Force) decollarono dall’aeroporto di Milano Marittima in direzione Reggio Emilia per radere al suolo il quartier generale del comando tedesco. La missione era condotta dal tenente pilota Kenneth Albert Richards che vide subito dopo il decollo uno dei suoi, l’ufficiale D.J. Wells, avere un grave problema di surriscaldamento all’aereo che lo costrinse al rientro, il motore non gli permise nemmeno di raggiungere la pista e si schiantò nei pressi della pineta di Milano Marittima senza riportare ferite. Verso le quattro del pomeriggio i Mustang australiani erano già in posizione, scesero in picchiata mitragliando e sganciarono una prima ondata di sette bombe da cinquecento libbre sull’obiettivo che però non venne centrato in pieno. Il comandante Richards ordinò quindi una seconda ondata per sganciare le ultime bombe rimaste. Questa volta per via del fumo prodotto dalle precedenti esplosioni gli aerei del 3° Squadron RAAF non riuscirono a centrare nuovamente l’obiettivo e abbatterono invece la caserma dei Carabinieri, un magazzino delle Reggiane più altri 7 edifici industriali, il calzificio Riva e distrussero ventidue abitazioni più altre quaranta che rimasero seriamente danneggiate . Il comando tedesco era stato si colpito, ma non raso al suolo. Gli aerei fecero rotta verso Milano Marittima lasciando tredici civili e diversi militari tedeschi morti fra le macerie. Tre giorni dopo, il 19 Aprile 1945, venne dato un nuovo ordine: radere al suolo ciò che rimaneva del quartier generale tedesco e così i Mustang degli australiani del 3° Squadron RAAF, questa volta comandati dal tenente Shannon, alle 7.55 della mattina decollarono dalla pineta di Milano Marittima nuovamente diretti a Reggio Emilia, che raggiunsero già alle 8.25. Sganciarono ben ventidue bombe sul centro di Cavriago uccidendo un altro civile e senza sapere (verranno informati solo in un secondo momento) che i tedeschi già dopo il primo attacco si erano nascosti in un casolare nelle campagne di Reggio Emilia pronti alla resa.

quando milano marittima bombardò reggio emilia

1945, membri del 3° Squadron RAAF davanti ad un North American P51 Mustang nella pineta di Milano Marittima. Da sinistra: Flying Officer I.G Purssey, maresciallo J.B. Taylor, Flying Officer B. Burton e il capitano A.F. Lane.

I nomi delle quattordici vittime dei bombardamenti di Cavriago: Attolini Adalgisa, Benvegnù Luigi, Bonilauri Amelia, Conte Cesare, Delmonte Felice, Menozzi Giovanna, Morselli Claudia, Poppi Claudia, Riva Giuseppe, Scarabelli Ermelinda, Tirelli Alberta, Tirelli Ines, Tedeschi Maria, Tondelli Giuseppe.

Tratto dal libro “Il bracciale di sterline” di Matteo Incerti e Valentina Ruozi

Thomas Venturi

Stork

Stork milano marittima

Pubblicità Stork 1977

Lo Stork di Lido di Savio fu costruito nel 1972 da un’idea di Lorenzo Di Pietro in società con l’industriale lombardo Felice Carrera e la collaborazione di Piero Baldisserri. Ci mise lo zampino anche il noto pittore ravennate Roberto Montanari accademico d’Italia e soprannominato “El pintor de los toros”. Il nome di Di Pietro è legato anche ad altre note attività come il ristorante Al Caminetto, il Club99 e l’agenzia “Lorenzo” in Viale Gramsci. Di Pietro aveva aperto un primo Stork a Pinzolo nel 1970 e per quello a Lido di Savio comprò i terreni della famiglia Travaglini-Diotallevi che già nel 1944 erano stati usati dagli Alleati per l’aeroporto militare di Milano Marittima e negli anni successivi per la costruzione del Cimitero Militare Tedesco. Il locale fu inaugurato da Cocciante, Venditti e De Gregori cui seguirono Piergiorgio Farina, Fred Bongusto e altri personaggi del mondo dello spettacolo. L’arredamento era molto curato, in stile Piper di Roma con la pista di vetro trasparente e tra le tante persone di servizio non si può non ricordare il bravissimo Peppino Manzi. Attualmente è stato riaperto con il nome Blue Club.

Revival della Mototemporada

12 Giugno 2016, erano anni che circolavano voci sul Revival della Mototemporada ma nessun progetto aveva mai preso forma, almeno fino ad oggi! La Mototemporada Romagnola era una serie di gare motociclistiche iniziate a metà degli anni ’40 e terminate nel 1971 per via dell’incidente mortale nel circuito di Riccione dove perse la vita il pilota Angelo Bergamonti. Le gare venivano disputate sui tracciati cittadini di Cesenatico, Lugo, Rimini, Riccione, Cattolica, Modena e la nostra Milano Marittima. Tanti i piloti famosi coinvolti nella Mototemporada tra i quali possiamo ricordare Agostini, Pasolini e Hailwood.

revival della mototemporada

Le moto in mostra attorno alla Rotonda 1° Maggio

Siamo rimasti piacevolmente colpiti dalla semplicità dell’allestimento, con vari gazebo a dare riparo ai bolidi ma che, appunto per la loro semplicità, permettevano di potervi girare attorno e arrivare addirittura a toccare le moto e farci salire i più piccoli. E’ capitato spesso che qualche meccanico accendesse una delle moto esposte e iniziasse a sgasare a più non posso, sotto la gioia di tutti i partecipanti. Un evento che ha richiamato molta gente ma che ha ricevuto pochissima pubblicità, inoltre il maltempo ha dato il colpo di grazia verso le 13 con un forte nubifragio e una grandinata. Il miglioramento del meteo nel pomeriggio ha permesso la ripresa dell’evento senza ulteriori interruzioni.

Nella speranza che questo bellissimo evento possa diventare un appuntamento annuale, vi lasciamo alle foto scattate questa mattina.

Thomas Venturi

L’antico stemma di Cervia

l'antico stemma di cervia

L’originale

Con l’antico stemma di Cervia rinascono i ricordi, quelli del passato ma anche dell’infanzia. Se infatti ora tornerà ad essere l’immagine della città, io ricordo il nonno Carlo quando ne componeva i caratteri nella tipografia. Lo aveva ereditato dal padre, ed era diventato ben presto il simbolo della Città del sale. Fu stampato dalla Tipografia Saporetti nel 1905, ed ora che è stato recuperato dal Comune dopo un accurato lavoro di ricerca, riaffiora la identità mai sopita. “Oltre ad essere di grande impatto visivo – sottolinea il sindaco Luca Coffari -, ha un forte contenuto simbolico, richiamando la nostra identità, la storia e la profondità delle nostre tradizioni. E’ una storia che ci deve rendere orgogliosi e che già da allora parlava di comunitas”. Nello stemma è contenuto infatti l’espresso richiamo alla “Comunitas civitatis Cerviae”, ovvero a quella comunità cervese che ha tracciato un solco nel corso dei millenni, con al centro il cervo dal quale potrebbe derivarne il nome. Si tratta di una immagine che trasuda memoria ed emana tutta la sua carica evocativa. La riproduzione più antica dello stemma di Cervia risale comunque alla metà del XVI secolo, proveniente dalla Città vecchia. Particolarmente pregevole è poi la riproduzione del 1588, dal frontespizio dello Statuto di Cervia antica, cui segue quella del 1851, disegnata da un cervese su richiesta del prefetto pontificio in occasione di una visita di Pio IX in Romagna. Una successiva variazione compare nel 1867, sul frontespizio di un rendiconto della Giunta municipale ai deputati e ai senatori del Regno d’Italia, che riguardava lo stabilimento salifero. Nelle carte intestate del Comune lo stemma appare per la prima volta nel 1878, con il sindaco Bellucci. E arriviamo appunto al 1905, quando il tipografo Pirro Saporetti – zio di Carlo e fratello di suo padre Vincenzo -, disegna lo stemma che l’Amministrazione comunale ha utilizzato fino al 1982. Il logo viene poi rivisitato, tanto che nel 2009 perde anche la dicitura “Città di Cervia”. Ma quella Tipografia ha lasciato un segno indelebile anche nel mio passato. Sapeva di inchiostro e fichi secchi, io mi aggiravo fra i macchinari in pantaloni corti. Avevo quasi freddo, in quei locali vetusti ma orgogliosi, che odoravano di guerra, profumavano di pace, trasudavano lavoro. Anche d’estate, c’era un fresco che si spargeva sulle cose, sugli operai, sulle mattonelle in cotto ormai consunte. La quiete si alternava al rumore delle stampanti, che sembrava rompessero un silenzio millenario. I nuovi macchinari eruttavano volantini e manifesti. A ripetizione, come una mitraglia. Anche in quell’angolo storico della via XX settembre era arrivato il progresso. Ma nonno Carlo continuava a comporre i suoi caratteri, chino sui cliché, frutto di un’arte che si spande come l’orizzonte. E usava ancora quel linguaggio che fa pensare alla poesia di un altro mondo, dove “l’albero a cui tendevi la pargoletta mano” è lì, accanto a te, ti vuole abbracciare. Mentre intorno era tutto un fiorire di arabeschi, per far capire, appunto, che senza l’arte non si va lontano. I gesti, i rituali, quel suo spostarsi da un banco all’altro mentre scambiava quattro chiacchiere con l’amico di passaggio, erano il suo piccolo mondo antico. Un mondo nato nel 1881, con la inaugurazione della Tipografia Saporetti, le autorità in pompa magna, il padre Guglielmo che si accingeva a tagliare il nastro. Era il 17 dicembre, iniziava l’era dei “nuovi caratteri delle fonderie più accreditate, svariati nella forma… la modicità dei prezzi, la qualità delle carte, la nitidezza della stampa, anche a colori e dorature”. Nonno, da garzone con un grembiale lungo fino ai piedi, che sembrava l’arcobaleno ma era invece un catalogo viaggiante di tonalità, iniziò così la sua fulgida carriera. Stropicciandosi addosso, appunto, ogni barattolo di colore di cui potesse disporre la tipografia. “Stai attento – mi diceva – che adesso la macchina fa un miracoloVedrai che cosa aveva nella pancia. Poi ti regalo un manifesto dello Sposalizio del mare, così lo porti a scuola”. Già, a scuola… mi sforzavo di farlo uguale, ma i colori non venivano mai bene. E nemmeno gli arabeschi, perché a disegnare ero negato. Mamma, pittrice per davvero, mi incoraggiava. Ma le madri sono così, adesso lo capisco, ciò che fai è una carezza sulla guancia.

l'antico stemma di cervia

Lo stampo

Insomma, nonno Carlo, o Carluccio come lo chiamavano, mi sembrava sempre in vena di magie. E quei manifesti profumati, sgargianti, solari, palpitanti di parole annunciatrici, avevano un’anima. “T’an ste’ mai ferum – mi diceva poi, quando ero stanco di guardarlo sempre in quella posa seria -; dai, andiamo nel cortile, che ci sono i fichi”. Ah quell’albero, sprofondato nell’erba alta come fosse seta, e il cancello che chiudeva cigolando un paradiso. In quell’angolo il tempo si era trasformato nello schizzo di un pittore. Non era passato, nemmeno presente, forse futuro perché proiettava nel cielo la felicità. Nonno mi posava una mano sulla spalla, e parlava sottovoce per non disturbare l’incantesimo. O magari non voleva spaventare i fichi, poi non maturavano, chissà. “Nonno, quest’anno non tagliare l’erba, altrimenti dove mi nascondo?”, gli dicevo, sperando di prenderlo nell’estasi e strappargli un si. “Ma non è la giungla, qui, questa è una tipografia. Vuoi nascondere anche i clienti?”, mi rispondeva, accarezzandomi la testa. Ecco, le magie voleva farle solo lui, io dovevo accontentarmi di imparare. Ma vedere Carluccio all’opera, mi dava quella sensazione di essere al sicuro. Ci pensava lui a parlare con il mondo, ricevendo le notizie del futuro. Poi, anche quelle brutte, le trasformava con i suoi caratteri. Componeva i testi annunciando tante storie a lieto fine; la gente si sposava, apriva un negozio, un albergo, inaugurava una fontana, trovava una nave antica, pescava l’anello in mare, metteva un po’ di sale nei cestelli. Che mondo commovente era quello, dove nessuno poteva fare mai del male. Ma non me la raccontava proprio giusta, lo sapevo. Anni prima qualcuno l’aveva costretto, lì dentro, senza un briciolo di lavoro. E non poteva stampare più con quel linguaggio ondoso, che sa di mare libero, spuma all’orizzonte, increspature opalescenti. Eppure, mi diceva, chi fa la voce grossa poi diventa rauco. “Invece noi lasciamo maturare i fichi, e poi li diamo a chi li vuole. Vedrai che festa. Il mondo non è mica fatto di padroni…”. Eh si, nonno creava come l’aveva creato la natura; ma non voleva che gli cambiassero una virgola, ognuno è fatto a modo suo, mi sussurrava… E quando mi prendeva per la mano, salivo in cima al mondo, quel “suo” mondo. Perché il contatto trasmetteva mille vibrazioni: era l’eruzione del vulcano, lo sciacquio dell’onda, il ruggito del tuono, la carezza del vento. Da bambino, sentivo che quella forza mi faceva diventare grande. Ma senza gli scossoni che ti fanno sbattere la testa. No, lui mi recitava Rilke: “Sogno… vedo un piccolo villaggio, una gran pace…. un cantar di galli… profumo di lavanda…”. Nonno, mi hai fatto sognare. Poi la vita si riprende tutto, e non sono solo spiccioli ma pure gli interessi. Però una stella, lassù, si è messa il tuo cappello. E illumina un giardino dove le rose non sfioriscono. Mamma l’ha dipinta, risplende anche la casa adesso, che ho rimesso il quadro sul cavalletto. Nonno, dimmi che non è finita, che mi hai lasciato un volantino nel cassetto. Dimmi che l’hai disegnata lì, la bussola, e se la seguo arrivo ancora nel cortile con l’albero dei fichi. Ti prometto che, stavolta, non mi annoierò. Neanche se componi un testo lungo un mese… Io ti guarderò, tutti i giorni, fino all’imbrunire.

Massimo Previato