La storia di Cervia e Milano Marittima - Scopri la storia della nostra località.

I veri confini di Milano Marittima

Negli ultimi anni la frenesia di voler essere di Milano Marittima, anche se si abita in zone che non lo sono, si riscontra in più aspetti.

Nell’ampliare i confini di Milano Marittima a dismisura, qualcuno ha mutato l’indirizzo, sostituendo “Cervia” con la dicitura “Milano Marittima”.

Addirittura sono nati due comuni nella Repubblica Italiana, cioè quello di “Cervia-Milano Marittima” e quello di “Milano Marittima”. Inutile dire che di comune ne esiste uno solo da sempre: Cervia! Milano Marittima è una sua frazione (non un quartiere o borgo, tipo Borgo Malva o le Terme).

Milano Marittima, fino alla recente soppressione, aveva il suo CAP cioè 48016 (Cervia è 48015) ed il suo prefisso telefonico. Tuttora se un numero di rete fissa (non importato) inizia per 99 vuol dire che è un numero di Milano Marittima, se dopo lo 0544 abbiamo invece il 97, allora è un numero di Cervia.

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Cartello Milano Marittima davanti alle scuole Mazzini

A Cervia il numero iniziale dopo il prefisso era il 71 mentre Milano Marittima aveva il 72. E’ doveroso menzionare che alle Terme hanno il 99 esclusivamente per una comodità tecnica di quando è stato creato l’impianto nel secolo scorso (spiegazione dataci da un ex tecnico delle telecomunicazioni).

Per quanto concerne la toponomastica vera e propria, le diciture “Milano Marittima Alta” o “Milano Marittima Nord” o “Zona Traverse” sono invenzioni recentissime: i residenti non le hanno mai sentite né usate in passato.

La Malva, le Terme, la zona Amati, Lido di Savio, la zona di Piazzale Donatello (ovvero Cervia Pineta) e viale Milano, in realtà non si trovano tecnicamente nel territorio di Milano Marittima. E’ altresì errato definire che il confine tra Milano Marittima e Cervia sia il Porto Canale, il confine Sud in realtà è si un canale, esattamente quello detto della Madonna del Pino (originariamente doveva venire giù dritto dalle saline e sfociare in mare ma fu poi deviato) dove ancora oggi è presente il cartello posto sul ponte che lo attraversa in Viale Milano. Il confine prosegue poi su viale Carducci, Oberdan e Baracca.

E’ un peccato che l’altro cartello, quello che con la sbarra rossa sul nome Milano Marittima indicava la fine del territorio della località, sia stato tolto già da tempo.

Il confine Nord di Milano Marittima è dato dal canale di scolo della Cupa che costeggia il Viale Nullo Baldini, anche se c’è un’anomala continuazione del territorio, cioè la Ventisettesima Traversa a mare, che è compresa nel territorio di Milano Marittima, perché sembra dalle nostre ricerche che all’epoca il Canale della Cupa non venisse giù dritto al mare come oggi ma fosse leggermente deviato verso Nord.

Il confine ovest parte dal retro della fascia di case nelle traverse di Viale Matteotti lato pineta, arriva allo Stadio Germano Todoli e prosegue nella fascia di case lato pineta di Viale Leopardi.

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Cartello in Viale Milano a testimonianza dei confini di Milano Marittima

Un’ulteriore conferma sui confini di Milano Marittima ci viene indirettamente dal raggio d’azione o zona di competenza di un postino storico, Angelo Modanesi, il quale ha consegnato la corrispondenza nella Città Giardino per 40 anni. La sua zona di competenza, come ricorda egli stesso, andava da Viale Nullo Baldini fino a Via Oberdan, all’inizio del Viale dei Pini.

Se ancora non bastasse, un altro indizio è dato dai confini parrocchiali, non ci risulta che siano mutati da quelli stabiliti dal vescovo di allora, Monsignor Egidio Negrin, quando fu ufficialmente eretta la Parrocchia il 2 Ottobre 1955. Padre Geremia Ronconi voleva per confine il Porto Canale, mentre il Capitolo di Cervia proponeva addirittura la Rotonda Primo Maggio, non volendo perdere terreno e competenza sulle chiese di S. Antonio e Madonna del Pino, sul cimitero e le suore Orsoline in Via Toti, il vescovo Negrin trovò la via di mezzo, anzi la rotonda di mezzo, fissando come confine parrocchiale fra Cervia e Milano Marittima la Rotonda Don Minzoni.

Del resto, lo stesso Padre Geremia, nelle sue memorie scritte nel 1980 dice “Pensare per esempio, che il primo albergo e antesignano di Milano Marittima, il Mare Pineta, è sotto la Parrocchia di Cervia”.

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I veri confini di Milano Marittima

Viene da ridere a pensare come fino a pochi anni fa molti cervesi non volessero “cedere terreno” a Milano Marittima, anzi, neanche riconoscerne il nome e tenendo una certa separazione, insistendo a chiamarla Cervia Pineta. Stando all’idea di Spallicci degli anni ’60, erano pronti a cancellarne anche il nome.

Nel 1955 la tappa del Giro d’Italia, vinta da Enrico Minardi detto Pipazza, che da Ancona arrivava a Milano Marittima, come doveva chiamarsi se non Ancona-Milano Marittima? Tutto si fece perché invece si chiamasse Ancona-Cervia Pineta. L’arrivo era la Rotonda Cadorna: quindi nel 1955 i cervesi consideravano Cervia e non Milano Marittima tutto il Viale 2 Giugno e suddetta rotonda.

La prima pagina di Tuttosport del 29 Maggio 1955

In aggiunta dobbiamo fare caso al fatto che in Rotonda Cadorna c’era Villa Facheris (oggi Hotel Globus), quindi uno dei fondatori di Milano Marittima avrebbe avuto addirittura la villa a Cervia. Oggi invece Viale Di Vittorio, Viale Oriani, Via Chiappini guai a chiamarle Cervia… sono Milano Marittima… balle! C’è anche tanto di cartello che ancora persiste. Se negli anni ’80 il Bar Cilea si fosse pubblicizzato come bar di Milano Marittima, tutta Cervia avrebbe riso fino alle lacrime. Non parliamo poi delle vie dei fiori vicino alla statale, anche loro si autoproclamano Milano Marittima.

Anni fa avremmo giustamente riso di queste cose, adesso invece, questa dell’indirizzo è diventata una cosa seria che sta molto a cuore a tanta gente, la quale, pensa che sostituendo Milano Marittima con Cervia si abbia automaticamente una certa promozione sociale. Infatti, chi abitava a Milano Marittima nell’immaginario collettivo era considerato un signore.

Senza tanti giri di parole, Milano Marittima è la terra venduta dal Comune e comprata dai milanesi e quando si stipulano contratti di proprietà i confini vengono sempre ben indicati.

mappa cartina

Piantina del 1921 dove si vede che la “Concessione Milano Marittima” non arrivava al Canale di Cervia ma nella pineta prima dei campi coltivati

Chi scrive ha visitato in coppia con la nipote del fondatore Giuseppe Palanti la mostra del 2012 sul suo nonno e, come tutti, abbiamo visto i suoi progetti. Nel 1911 Palanti disegnò un Piano Regolatore dov’era compresa addirittura la zona del Lungomare di Cervia, solo per tale motivo vorremmo dire che Palanti considerava anche quella parte integrante della sua Milano Marittima? Già nel 1907 il Comune di Cervia aveva offerto ai fratelli Maffei “una vasta zona a destra e sinistra del Porto Canale con obbligo di fabbricarvi villini parchi e giardini”.

Nessuno, ad esempio, ha mai fatto caso che la planimetria pubblicitaria del 1912 lascia in bianco (quindi fuori) le zone Amati, Malva e Terme, che oggi sono erroneamente considerate Milano Marittima.

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Cartina del Comune con il vero nome dell’area delle Terme

Che ci siano distinzioni ben precise lo sanno anche in Comune visto che, anno per anno, comunicano i dati sulla popolazione. Nel 2012 (cfr. Voce del 8.2.2012) gli oltre 29.000 abitanti del Comune di Cervia sono così suddivisi:

Pinarella 4.762

Cervia Centro 4.223

Borgo Malva 3.569

Zona Di Vittorio 2.458

Tagliata 1.736

Bova 1.700

Milano Marittima 1.544

Zona Terme 683

Savio di Cervia 1.323

Castiglione di Cervia 2.263

Cannuzzo 941

Pisignano 1.538

Villa Inferno 1.180

Montaletto 1.246

Saline 14

A prescindere dalla correttezza delle cifre, che possono variare col tempo, resta il fatto che il Comune fa distinzione fra Milano Marittima e altre zone che sono ben distinte, e non parte di essa come zona Terme, zona Di Vittorio. Che poi certe zone vengano accorpate a Milano Marittima per motivi per esempio elettorali di seggio, è un altro discorso.

microzona 1

Piantina del 2006 che indica i confini catastali secondo il Comune e l’Agenzia del Territorio

La revisione delle rendite catastali nel 2006/08 ha individuato Milano Marittima come microzona 1. Non a caso questa microzona va proprio dal Canale della Cupa di Viale Nullo Baldini fino alla Rotonda Don Minzoni, lasciando fuori tutta Cervia Pineta (attorno Piazzale Donatello, Viale Milano e Di Vittorio), la zona del Palace Hotel e del Mare Pineta e soprattutto la zona Amati che non è mai stata Milano Marittima, difatti molti sono andati proprio li a farsi la casa, perché costava meno.

Per concludere, in uno scritto sul periodico La Pie’ del Giugno del 1962, il famoso Aldo Spallicci, che avendo casa a Milano Marittima la conosceva bene, scrive che il primo albergo di Milano Marittima, cioè il Mare Pineta, fu fatto da Carlo Allegri. Se fosse vero ciò che alcuni sostengono, ovvero che Milano Marittima arriva fino al porto canale, vorrebbe dire che sia Padre Geremia sia Aldo Spallicci si sbagliavano, perché all’altezza dell’attuale Hotel Aurelia c’era già un hotel a quei tempi, Villa Igea, che ovviamente entrambi non tennero in considerazione perché di fatto non era a Milano Marittima.

Il Conte Ottavio Ausiello Mazzi

Sante Crepaldi

Il finale di questa stagione estiva ci ha regalato una delle mostre più belle che i Magazzini del Sale abbiano mai ospitato. Protagonista indiscusso Sante Crepaldi, storico fotografo di Cervia che ha chiuso la sua attività a settembre 2012, con alcuni dei suoi scatti migliori degli anni ’60-’70.

Più volte, sia sul blog che sulla pagina Facebook, abbiamo parlato della mostra, ma avevamo la curiosità di poter conoscere personalmente Sante che, con estrema disponibilità, ci ha concesso  di incontrarlo per fare quattro chiacchiere con noi.

Sante Crepaldi

Sante Crepaldi

Sante, sappiamo che lei ha origini venete. Che cosa l’ha portata a vivere in Romagna?

Sono nato in Veneto nel 1931 e dopo l’alluvione del 1951 mi sono trasferito in Romagna, precisamente a Cesenatico. In Veneto avevo già acquisito esperienza nella fotografia, esperienza che ho poi consolidato anche in Romagna, lavorando fino al 1961 nel negozio di fotografia di mio fratello. Nel 1962, insieme a mia moglie Anna, abbiamo aperto il nostro negozio di fotografia in C.so Mazzini a Cervia.

Come e quando è iniziata la sua passione per la fotografia?

La passione per la fotografia mi accompagna da quando sono piccolo. Durante la guerra, abitavo vicino al Po e mi divertivo ad osservare un ragazzo polacco che, vicino all’argine, fotografava i traghetti. Da quel momento, ho iniziato ad interessarmi alla fotografia e andavo in giro per il paese a fotografare. Mi ricordo che le ragazzine del paese mi aspettavano in piazza perché, dicevano, “è arrivato il fotografo“. Avevo 15 o 16 anni, avevo imparato da poco a fotografare e sviluppare i miei rullini, ma la passione ancora oggi è la stessa.

E’ stato testimone dei più grandi eventi di Cervia: quale le è rimasto più impresso?

L’ emozione che mi ha trasmesso Papa Giovanni Paolo II durante lo Sposalizio del Mare del 1986 non è paragonabile a nessun altro evento che ho fotografato nel corso della mia carriera. Non sono riuscito a parlargli, ma ho apprezzato tantissimo la sua complicità nel farsi fotografare, sorridendo e mettendosi in posa per me in modo molto naturale.

Se dovesse riassumere tutti i suoi anni di lavoro in 3 fotografie, quali sceglierebbe?

Questa è una domanda veramente difficile! Sicuramente quella del Papa sulla barca (quella con la scritta “Cervia” davanti alla barca ndr)la foto con Guareschi che negli anni è diventato un caro amico e la foto con Adriano Celentano. Ricordo, poi, con piacere uno scatto “rubato” ad un giovanissimo Gianni Morandi a cena con la sua fidanzata (Laura Efrikian, la sua prima moglie). Mi chiamò Silvano Collina perché Morandi era ospite al Cavallino Bianco; quando mi presentai fui rimproverato dallo stesso Collina come si fa oggi con i paparazzi (ma in realtà mi aveva chiamato lui). Gianni fu molto comprensivo e, sorridendo, acconsentì allo scatto!

Nel nostro blog le foto d’epoca stanno riscuotendo un grande successo per il fascino che trasmettono: erano veramente più belle le nostre città?

Sì, l’atmosfera che si respirava a quei tempi era molto diversa. Gli imprenditori si conoscevano tutti e facevano squadra. Anche le idee erano molto originali: mi ricordo l’inaugurazione del depuratore per esempio; fu organizzata una sfilata di moda alla presenza di fotografi (tra cui io) e giornalisti per dimostrare che il depuratore non emanava cattivi odori. Questo è solo uno dei tanti esempi dell’imprenditorialità di quegli anni.

Nella sua carriera avrà sicuramente conosciuto gli imprenditori più famosi. Chi gli è rimasto più nel cuore?

Silvano Collina. Quante ne abbiamo combinate insieme! Un imprenditore ed un amico straordinario che con le sue idee rendeva uniche le vacanze dei turisti. Mi ricordo che una sera organizzò una corrida nel suo hotel (il Bellevue): si vestì da torero e portò una mucca nella sala da pranzo lasciando tutti di stucco… soprattutto quando l’animale, emozionato, scaricò le sue emozioni! Mi ricordo che una volta organizzò “lo sbarco degli alieni in spiaggia”: aveva realizzato delle sculture in acciaio di dischi volanti e vicino vi posizionò dei piccoli omini per inscenare un atterraggio alieno. Nel mio archivio fotografico conservo gelosamente questo scatto.

C’è una foto che avrebbe voluto fare ma non gli è stato possibile?

Sì. Tutti ricordano la famosa traversata Cervia-Pola di Rudy Neumann che ho ampiamente documentato. Pochi forse sanno che c’era un altro avvenimento sportivo, ovvero la “Trieste-Cervia” del 1970, con il paracadute. Dovevo documentare il lancio di Rudy Neumann ma non mi fu possibile: la nebbia era così fitta che girai a vuoto, così a vuoto che tornai a casa senza aver scattato nessuna fotografia.

Come è cambiato il mondo della fotografia negli anni?

E’ molto cambiato! Ora tutti possono fare foto: il digitale ha semplificato tante cose. Quando lavoravo, portavo con me molta attrezzatura e dovevo prestare molta attenzione ad ogni scatto perché non potevo permettermi nessun errore. Solo in laboratorio scoprivi il risultato del tuo lavoro! Si lavorava con molta frenesia perché i tempi di sviluppo erano ovviamente più lunghi: mi ricordo, per esempio, quando rischiai di non riuscire a consegnare ben 400 ingrandimenti ad un gruppo di tedeschi in vacanza. Lavorai tutta la notte con molti inghippi che mi dilungarono il lavoro e arrivai tardi a consegnare le fotografie, il pullman di tedeschi era appena partito. Ma io e il Prof. Camprini non ci perdemmo d’animo e “volammo” verso l’aeroporto di Rimini (rischiando anche multe salate) per consegnare il lavoro. Ci riuscimmo, ma che fatica!

Ora che è in pensione ha appeso la macchina fotografica al chiodo?

Assolutamente no! Fotografo ancora e di tutto. Quest’anno ho partecipato a tutti gli eventi della nostra città, dalla Rimessa del Sale alla Color Run: mi viene d’istinto. Un vero fotografo non appende mai la macchina fotografica al chiodo!

Sante è un personaggio veramente unico: ci teniamo ad informarvi che alla veneranda età di 82 anni si è scansionato DA SOLO ben 15.000 fotografie, apprendendo subito il sistema di archiviazione delle stesse nelle cartelle del pc perché gli ricordavano le buste dove un tempo metteva le foto sviluppate.

A Sante e al Comune di Cervia chiediamo di organizzare un’altra mostra: lo merita Sante e lo meritano tutti i cervesi.

Se volete riguardare gli scatti della mostra, potete visitare il suo sito internet.

Intervista realizzata da Thomas Venturi e Irene Bagni

Peppino e Luisa Manzi

Peppino e Luisa Manzi

Peppino al Woodpecker della III traversa

Conosciamo Peppino e Luisa a Cesenatico, nella loro casa che ci aprono con grande ospitalità in un clima davvero famigliare. Sorseggiando un buon caffè, il poliedrico Peppino inizia a raccontarci la sua vita di gran lavoratore: nato a Cervia nel 1939, inizia a lavorare per esigenze famigliari già all’età di 9 anni come elettricista. Diventare barman professionista è fin da subito la sua ambizione: a 14 anni, infatti, lavora nel fine settimana al Giardino d’Inverno, storico locale da ballo cervese che ospitava grandi orchestre e clienti da tutta la regione. La sua passione è talmente viscerale che lo porta a girare prima l’Italia (aveva 15 anni) e poi a 18 anni a varcare i confini europei, lavorando a Zurigo, Ginevra, Londra e in Germania. Dopo il periodo all’estero decide di rientrare in Italia per lavorare prima a Cortina nel Verockay Club e poi a Madonna di Campiglio nel locale “Stork” per ben due stagioni. Dal 1955 al 1963 inizia l’avventura al Woodpecker che De Maria aprì nel 1952 alla III traversa: ci racconta che il locale fu chiuso a causa dell’ossessione dei vicini per la musica assordante che si sentiva fino all’alba; ridendo poi, gli giunge alla mente un episodio decisamente particolare che vide un vicino presentarsi in pigiama in pista da ballo accompagnato dal suo cane di grossa taglia (scherziamo sull’aneddoto immaginando una scena di questo tipo nella Milano Marittima moderna). Rimaniamo sbalorditi dalla sua imprenditorialità: scopriamo, infatti, che oltre ad avere aperto il Cosmopol (ora bar, ma prima ristorante) e la Grotta di Cervia, a lui e a suo fratello va attribuito il merito di aver aperto il ristorante Al Caminetto della I traversa (poi andato a fuoco).

Peppino e Luisa Manzi

Woodpecker III traversa

Ci spiega che il ristorante fu costruito nel 1965 per opera dall’Agenzia Di Pietro e dell’Ing. Barbanti, e che insieme a lui, che lo dirigeva, lavoravano il fratello in cucina ed Ernesto il pizzaiolo. Sfogliando i suoi album fotografici, Peppino ci ricorda che la sua affezione al Woodpecker proseguì anche quando il locale fu trasferito ai margini della città. Ce lo racconta come un ambiente sicuramente innovativo ma pieno di problematiche: forse l’Arch. Monti fu così attento alla struttura da trascurare particolari di non poco conto come la fauna locale. I simpatici girini della prima estate che si trovavano nelle vasche circolari si trasformarono l’anno dopo in una invasione di rane un po’ meno simpatiche. I pali dell’illuminazione erano una grande attrattiva per le zanzare del posto, difatti tutto il personale era costretto all’imbrunire a puntare dei nebulizzatori di DDT per allontanarle. Peppino, poi, sorride nel ricordare come i camerieri dovessero essere lesti nel girare i cuscini impregnati di “guazza”, per evitare che i clienti ci si sedessero sopra impregnandosi i vestiti (ci confessa però che molto spesso i clienti volessero scegliere – loro malgrado – dove sedersi inzuppandosi). Quando parliamo del mitico Cluny bar gli occhi di Luisa si riempiono di tristezza e di malinconia: Luisa ci racconta che dopo tanti anni di lavoro e di investimenti, si è sentita abbandonata dall’amministrazione comunale e dalle associazioni di categoria che hanno voltato le spalle a due imprenditori che per più di 40 anni hanno contribuito alla crescita di Milano Marittima.

Peppino e Luisa Manzi

Peppino al Cluny Bar

Dispiace a loro, a noi (e dovrebbe dispiacere a tutti quelli che leggono queste righe) che l’amministrazione comunale non abbia coltivato e sfruttato quello che di buono era stato creato dagli imprenditori storici. In questa nostra chiacchierata informale tocchiamo argomenti importanti, in primis economia e turismo: Peppino e Luisa sono d’accordo nel dire che Milano Marittima è profondamente cambiata, che non c’è più coraggio negli imprenditori attuali perché la burocrazia, le leggi e soprattutto la corsa al rialzo degli affitti, impossibili da sostenere, uccidono le imprese, che nel nostro contesto significa anche uccidere il turismo, portandolo da altre parti. Nonostante la delusione per il trattamento riservato al Cluny bar, Peppino continua a dedicarsi alla sua passione da barman: ha continuato la sua attività di formatore prima come insegnante alle scuole alberghiere di Milano Marittima in Viale Ravenna e Riolo Terme, poi come scrittore di diversi manuali. Attualmente scrive e-book editi da I Giochi di Magia di Del Vecchio Alessandro. Luisa, invece, ha voltato completamente pagina: i 7 nipoti (e mezzo,  visto che ci informano del prossimo nipote in arrivo in estate) le riempiono la vita e si dedica con passione alla sua attività di nonna a tempo pieno. Ci confessa poi, che è contenta che nessuno dei suoi figli abbia deciso di proseguire la loro carriera professionale e in questa frase cogliamo l’amarezza e il dispiacere di non vedersi riconosciuto il lavoro che lei e il marito hanno portato avanti per anni.

Peppino e Luisa Manzi

Il libro scritto da Peppino Manzi fotografato da un turista ad Alimathà, Maldive, nel Marzo 86

L’ultima parola però è di Peppino che ci tiene a precisare: “ho fatto lo quinta elementare, non ho studiato sui libri e mi chiamano Professore, ho girato il mondo, ho fatto dei bei locali, mi sono divertito ma soprattutto non vogliamo essere dimenticati  e crediamo che la nostra storia possa essere presa ad esempio sia dai giovani che decidono di intraprendere questo mestiere sia dai futuri imprenditori del turismo, un settore che richiede notevoli sacrifici ed impegno e dà grandi soddisfazioni”. Questo è il nostro contributo affinchè personaggi come Peppino e Luisa non siano dimenticati, perché se è vero che bisogna aprirsi al cambiamento, è altrettanto vero che non dobbiamo scordare da dove siamo venuti e chi ha contribuito con il lavoro di ogni giorno a rendere così unica ed ambita la nostra città.  A tutti coloro che vivono attualmente della fama e del prestigio di Milano Marittima ricordiamo che devono ringraziare imprenditori storici come Peppino e Luisa Manzi.

Peppino e Luisa Manzi

Il gioco del secchio al Woodpecker della III traversa

Il gioco del secchio inventato per caso da Peppino al Woodpecker della III Traversa consisteva nel riuscire a fare canestro con una moneta mentre il secchio era in movimento; chi ci riusciva veniva ripagato con il doppio del valore giocato. Una sera un giocatore di basket beffò Peppino mettendo a canestro ben 500 Lire!

Intervista realizzata da Thomas Venturi e Irene Bagni

Eros Marzelli

Incontriamo il sig. Eros Marzelli proprio dove aspetti di incontrare un vero salinaro DOC: nel suo regno, la Salina Camillone che si trova, per i pochi che ancora non lo sanno, sulla strada “cervese”, vicino al semaforo comunemente conosciuto come “semaforo delle saline”. E’ un signore in gamba, svelto e con tanta voglia di raccontarci la sua storia e superato il rito di presentazione, Eros si lancia, incalzato da qualche nostra domanda, al racconto della sua vita di salinaro.

Eros Marzelli

A sinistra Eros Marzelli

Classe 1936, Eros nasce a Cervia da una famiglia salinara: il padre, infatti, era salinaro mentre la madre faceva la cameriera al Bar Milano di Milano Marittima. L’infanzia di Eros è segnata dall’avvento della guerra, che porta ben più di un cambiamento nella sua vita di bambino: il padre, infatti, va a combattere nel battaglione, mentre la mamma, insieme ad un’amica, diventa una staffetta partigiana. Eros ci racconta che si ritrova solo quando era ancora un bambino poiché la madre fu chiamata da Giovanni Fusconi, antifascista dell’epoca, che aveva preso in consegna la segreteria clandestina del partito comunista a Rimini e aveva bisogno di staffette partigiane fidate. Sebbene avesse girato diverse famiglie e lo avessero segnato come “orfano”, Eros sapeva benissimo di non esserlo, era abbastanza grande (e sveglio) da sapere che i genitori li aveva eccome! Così, dopo aver cambiato ben 3 famiglie (e addirittura l’ultima aveva espresso il desiderio di adottarlo), un giorno a Serravalle di San Marino, liberata dai partigiani, riconobbe tra alcuni partigiani e staffette che venivano verso di lui sua madre e volle andare via con loro. Sentire i racconti di guerra da chi l’ha vista e vissuta è un valore aggiunto che nessun libro di storia può darti e quando ci troviamo di fronte a queste persone dovremmo dimenticare per un attimo la nostra “fede” politica e aprire gli occhi, il cuore e le orecchie e raccogliere quel pezzo di memoria che ci sta offrendo chi abbiamo davanti (e mi sento di dire questo perché sono cresciuta leggendo le lettere che il mio bisnonno, alpino della divisione Iulia, tuttora disperso in Russia, inviava alla mia bisnonna scomparsa nel 2002).

Eros Marzelli

Gruppo di amici nella Salina Camillone con il Dott. Costa

Il racconto di Eros prosegue con alcuni aneddoti sempre legati alla mamma partigiana: da quando fu fermata ad un posto di blocco fascista e sotto le erbe che aveva nel cestino nascondeva documenti ed armi (ed in quell’occasione per fortuna intervenne il cugino buono del padre, fascista, che testimoniò la parentela con la madre – ricorda Eros),  alla malattia della mamma, fino al giorno del funerale e della diatriba per la presenza di alcune bandiere che il cappellano non gradiva. Addirittura dovette intervenire il sindaco di Cervia Pilandri per permettere alle sole bandiere istituzionali (comuni di Rimini e Bellaria) e non a quelle dei partiti di sventolare. Proprio al funerale della madre, l’allora sindaco di Rimini gli offrì un lavoro che Eros rifiutò perché, parole sue, “avevo già in testa il sale”.

Eros poi ci tiene a precisare che di lavori ne ha fatti tanti perché a quei tempi “ti pagavano poco” e c’era la possibilità di fare più lavori: ricorda di quando andava nella bottega del falegname e a lucidare i mobili di notte negli hotel e nelle stanze matrimoniali perché “si prendeva di più”. Però i suoi occhi si illuminano e la voce diventa brillante quando parla del suo lavoro in salina: Eros è il “tecnico del sale” e di esperienza ne ha da vendere, come scopriremo poi in un secondo momento.  E’ orgoglioso quando ci mostra le foto appese alla porta del capanno della salina Camillone: ci mostra quelle insieme a Papa Wojtyla, al Vescovo Verucchi e al Sindaco Zoffoli. L’ultimo sguardo è sulla famiglia: ci parla della moglie, cuoca al circolo ippico Le Siepi, dei suoi tre figli e dei suoi sei nipoti. Non si può certo dire che non sia un uomo impegnato!

Eros Marzelli è il Vice Presidente dell’Associazione della Civiltà Salinara di Cervia e ogni giorno, insieme ad altri 8 volontari, lavora alla Salina Camillone.

Intervista realizzata da Thomas Venturi e Irene Bagni

Il faro di Cervia

Divenuto a tutti gli effetti un simbolo della città, il faro di Cervia ha una storia molto antica.

DA DOVE DERIVA IL NOME FARO?

Bisogna tornare molto indietro nel tempo, e precisamente al III secolo a.C, e posizionarci con la cartina nei pressi di Alessandria d’Egitto. Proprio di fronte, infatti, sorgeva un’isola, di nome Pharos appunto, che ospitava una torre con un fiamma che ardeva costantemente come aiuto ai naviganti del tempo. Da questa curiosità etimologica si arriva a definire anche l’utilizzo e l’utilità del faro così come lo conosciamo oggi.

Il faro di Cervia

Il faro negli anni ’50

LA STORIA DEL FARO DI CERVIA

Il faro di Cervia, che spicca nella zona del porto canale, fu costruito nel 1875 da Ferdinando Forlivesi e ha subito nel tempo alcuni cambiamenti come ad esempio nel 1918 quando venne alzato per sovrastare i nuovi edifici che vi sorgevano attorno e una seconda volta nel dopoguerra per riparare i danni subiti. Non è stato il primo faro di Cervia poiché, quando la conformazione della nostra zona era molto differente rispetto ad oggi e la costa arrivava addirittura ad un chilometro più all’interno (siamo verso la fine del ‘700), la Torre San Michele si ritrovò di colpo a svolgere questo ruolo.

Il faro di Cervia

Il faro negli anni ’60

Si ha testimonianza da un atto notarile che nell’angolo lato porto canale della Torre San Michele si trovava un’asta di ferro che serviva da sostegno per una sorta di lanterna che indicava il punto d’approdo per le barche.

Il faro di Cervia non è aperto al pubblico e la possibilità di accedervi è data solo in rari eventi organizzati dal Comune.