La storia di Cervia e Milano Marittima - Scopri la storia della nostra località.

La storia di Cervia e Milano Marittima

La Piazza Pisacane

Dal viale Roma entrando dalla porta a mare ci troviamo nella storica Piazza Pisacane, che si chiamò così dal 1860. Prima si chiamava Piazza della pescheria, la quale fu costruita nel 1790.

La Piazza Pisacane

La Piazza Pisacane nel 1912

Nella piazza si trovavano bancarelle e capanni di ogni tipo ma prevalentemente di frutta e verdura. Vi si teneva, inoltre, anche il mercato settimanale delle verdure ed è per questo motivo che venne rinominata Piazza delle erbe.

Cervia Piazzetta delle Erbe

Vi trovarono posto nel tempo anche chioschi come l’edicola, la piadinaia e la mitica Zelide, gioia dei bambini di quei tempi.

La Piazza Pisacane

La Piazza Pisacane

La Piazza Pisacane

Erano numerosi i negozi che rendevano la piazza un grande punto di incontro e di socialità per tutta la popolazione Cervese.

ugolini romeo

Mi ricordo, oltre alla già citata Zelide, la pizzeria “Walter” con le sue pizze bollenti nel cartoccio e piegate in due, che prendevamo all’uscita dal Cinema Europa. Non dimentichiamoci del mitico Bar Neri (caffè della scienza) dove tuttora rimane esposta come ricordo una targa.

Gabriele Bini

Nobile Romagna nostra

Nobile Romagna nostraNel mio articolo “Romagna brutta storia” chiudevo scrivendo che la nostra storia romagnola è come uno scrigno pieno di perle e preziosi che vanno esposti ed ammirati dopo che non pochi storici e politici hanno fatto di tutto per nasconderli e seppellirli. La storia della Romagna, sociale, culturale, economica, così come ci viene sempre presentata, non è che una vulgata mistificatoria, che purtroppo ha sedimentato troppi capisaldi e luoghi comuni destituiti in verità fattuale e documentale da ogni fondamento, e c’è anche da darne la colpa a quei Romagnoli che si sono fatti guidare da certe ideologie, conniventi per comodo di un centralismo che al massimo permetteva alla Romagna solo propaganda turistica rivierasca, turismo balneare discotecaro e fatto di sagre paesane su cui la nostra terra basava poi tutto il suo appeal. Il resto era robaccia da dimenticare o da vergognarsi.

Andate a spiegare che Sigismondo Malatesta non fu la bestia sanguinaria che ci dicono e che alla sua corte nacque l’opera italiana con quelle Azioni Teatrali, quasi un preludio ai film di Fellini. Sembra che lui come Borgia e Caterina Sforza passassero il tempo a fare della Romagna un mattatoio perenne, andate a dire invece che il duca Cesare diede un grandissimo impulso e contributo alla moderna cartografia, che poi ebbe illustre esponente nel nobile Rosetti, e che la Tigre di Forlì fu la prima a parlare chiaramente dell’uso della anestesia medica, in quella stessa Forlì che poi ebbe il grande Morgagni. Già, la nobiltà romagnola, quanto le si deve!

Nel numero 3 del Marzo 1949 apparve sulla Rivista Araldica il primo di una serie di articoli dedicati alle nostre famiglie gentilizie. La presentazione è da leggere attentamente. Dice più di quel che sembra:

“Dato fisionomico della nobiltà romagnola è la assoluta aderenza alle condizioni ed alla mentalità popolari, ed a quella aliquota avanzata del popolo che ne rappresenta e ne interpreta i sentimenti e le aspirazioni. In tutta la storia della Romagna è assente una qualsiasi forma di altero baronaggio, che d’altronde quel popolo, particolarmente libero, male avrebbe tollerato, ma piuttosto assolse sempre una funzione di vera e propria rappresentanza popolare, vivendo la sua vita a contatto stretto col popolo ed esaltando essenzialmente questa sua singolare funzione. Ed è forse per questo ruolo tenuto nei secoli dalla classe più alta, che quella regione è politicamente così matura”.

Cari lettori, romagnoli e non, ma avete capito cosa c’è scritto qui? Tutto. Che la Romagna è una regione storica con date peculiarità, che non è una terra arretrata ed immorale da tenere a bada sotto custodia della Emilia ma addirittura una terra politicamente matura, senza bisogni di sudditanza a più evoluti governi e governanti. Che la Romagna era già avanti nei tempi e nelle prospettive generali non grazie ai famosi governi locali di Sinistra dal Dopoguerra in poi, ma grazie ad una fattiva nobiltà e ciò da secoli è secoli.

Quanti luoghi comuni distruggono queste poche righe della Rivista Araldica del 1949! Quante bugie, quante imposture smaschera! Nel 1949 una pubblicazione nobiliare che reconditi fini poteva mai avere? Nel dire semplicemente la verità? Romagna. Oltre piadina, cappelletti, spiagge, ballo liscio e discoteche c’è di più. Ma molto di più.

Ottavio Ausiello Mazzi

Romagna brutta storia

romagna brutta storia

Sigismondo Pandolfo Malatesta

Particolarmente negli ultimi due secoli, Ottocento e Novecento, la Romagna ed i romagnoli hanno sofferto un vero genocidio culturale. Com’è potuto succedere che da un popolo di primitivi si sia passati nel giro di una o due generazioni ad un popolo di standard scandinavi? Quando, anni fa, un noto forlivese professore di storia insisteva sulla non esistenza della Romagna storica e non solo, aveva in un certo senso ragione: la Romagna che i suoi colleghi ci hanno troppo spesso raccontato non è mai esistita, se non appunto nelle loro deformazioni o invenzioni. Il risultato è aver distorto la visione della nostra terra e della nostra gente ad intere generazioni. Una sequela di luoghi comuni su fatti e su personaggi, indegna dell’antichissima e nobilissima storia romagnola, ricca messe di personalità cruciali nei più svariati campi a livello europeo e anche mondiale.

Ultimamente la nostra storia non è stata travisata tanto in base a idee personali o di ideologie politiche, quanto dal marketing, che tutto riduce a fumettone, ad uso e consumo per vendere prodotti e pacchetti turistici, con buona pace della verità storica e dello spessore, anche altissimo, dei singoli personaggi. Basti citare, per tutti, il recente revival di Sigismondo Pandolfo Malatesta, il Lupo di Rimini. Fumettismo fuorviante, durato parecchio, partito con personaggi medievali come quelli che ci offre Dante, che invece riconosceva il loro spessore individuale e territoriale, per arrivare alla sagra del Passatore. Anzi, potremmo allungare lo spettro temporale arrivando ai romagnoli dei film di Fellini. Dante descrive i romagnoli in modo empatico ed obiettivo, nei lati positivi e negativi, non ne fa in blocco dei subumani (ancorché all’Inferno) portati al peggio del peggio, come hanno fatto per esempio i volgari e semplicistici “studi” di stampo positivista fra Ottocento e Novecento. Una vision cui poi tutti si sono accodati o attenuti, addirittura nei testi per l’infanzia (vedi Sangue Romagnolo in Cuore).

Fermiamoci a fare una semplice riflessione. E’ mai possibile che la terra oggi nota in tutto il mondo per essere una terra assolutamente parte della modernità, anzi sempre all’avanguardia, leader nel campo delle innovazioni, la terra emblema della bella vita e del divertimento, la terra della gente intraprendente, socievole, accogliente, la regione italiana ai primi posti per altruismo, solidarietà, volontariato, sia nata così all’improvviso? Che sia frutto di una o due generazioni del Dopoguerra, dopo secoli e secoli assolutamente bui, la Romagna che si è sempre fatto a gara a denigrare? La terra di ignoranza, di violenze inaudite, di individualismi esasperati, modificandola in tutti gli aspetti antropologici, culturali e religiosi, dal primo dei nobili signori all’ultimo dei contadini?

Per secoli ci hanno propinato una storia in totale negativo, con connotazioni fosche ai limiti del morboso. Pensate a qualche nome, vedrete che è così. Hanno viziato le nostre menti, soprattutto per dirci che essendo nessuno dovevamo sempre avere bisogno degli altri, del padrone, di qualcuno di migliore di noi. Una Romagna mai descritta nel suo svolgersi autonomamente, ma sempre in relazione sussidiaria a ciò che succedeva o volevano Bisanzio, a Roma, a Firenze, a Ferrara, a Bologna. Non è e non fu così. Un solo esempio. Dietro la Romagna oggi indiscusso riferimento dell’igienismo, del wellness, della sanità eccellente ecc, come non vedere che su questo tema la Romagna già era all’avanguardia coi suoi illustri figli di nome Morgagni, Mercuriale, Negri, Giannotti-Rangoni ecc? 

La Romagna è uno scrigno pieno di tesori preziosi che vanno esposti ed ammirati dopo che troppa gente li aveva voluti nascondere seppellendoli sotto secoli di bugie e distorsioni.

Ottavio Ausiello-Mazzi

Murato il bunker tedesco a Milano Marittima

In questi giorni di bel tempo e caldo estivo mi sono concesso una passeggiata in spiaggia da Milano Marittima fino al Canale Cupa al confine con Lido di Savio. Arrivato nei pressi del canale mi sono sporto dalla ringhiera per vedere lo stato di quella porzione di bunker tedesco modello Tobruk che era ancora possibile vedere.

Murato il bunker tedesco a Milano Marittima

Il bunker sotto le ringhiere con i segni di proiettili

Era diverso tempo che non passavo in quel punto, forse anche un anno o due, e ho impiegato un po’ di tempo per capire che fine avesse fatto il bunker, non che prima si vedesse bene per carità, ma almeno era possibile apprezzarne una fiancata che presentava una raffica di mitragliatrice.

Bene, cercandolo mi sono accorto che è comparsa una nuova gettata di cemento in rinforzo alla vecchia struttura già presente, e così ciao ciao bunker per sempre.

Murato il bunker tedesco a Milano Marittima

Il bunker è stato inglobato sotto alla ringhiera

Sia chiaro, non voglio alzare una polemica con questo articolo, non ci siamo persi alla fine chissà cosa perché era già pressoché completamente invisibile prima, ma ho scritto queste poche righe solo per dire a chi va in cerca di quel bunker attraverso il nostro censimento, che quel bunker ora non è più visibile da nessuna angolazione.

Thomas Venturi

Amarcord le reti da pesca fatte a mano

Vi racconterò una storia che riguarda la nostra vecchia marineria che tanti, anche non più giovani, penso non ricordino. Fino agli anni ’50 circa, quando le barche erano a vela, le reti da pesca erano di cotone bianco ed erano fatte a mano dalle mogli o dalle figlie dei pescatori. Pochi i marinai che potevano permettersi di comperare della rete da pesca già fatta.

Amarcord le reti da pesca fatte a mano

Pescatori nel porto canale di Cervia

Le maglie delle reti avevano varie misure, come i relativi ferri da maglia. C’erano dei morelli rotondi fatti di legno lunghi circa 20cm con varie circonferenze, e con le linguette, aghi speciali di legno, che mani esperte costruivano e nelle quali avvolgevano il cotone che dovevano usare. A poco a poco che il cotone veniva usato, lo sfilavano dalla linguetta collegata a un gomitolo di cotone.

Terminate le pezze di varie misure e circonferenze delle maglie, i marinai le assemblavano e costruivano la rete, la “tartana” di solito, pronta per la pesca. Ne avevano diverse e ognuna serviva per determinati tipi di pesce. Quella con le maglie più piccole era quella per la pesca dei “Marsioni”. Una volta terminata la rete, arrivava il momento di tingerla, sia per togliere il bianco, sia perché, una volta tinto il cotone con cui erano confezionate, la rete diventava più resistente all’usura. Quando arrivava il giorno della tintura, c’era come una cerimonia, una festa.

Amarcord le reti da pesca fatte a mano

Il porto canale di Cervia negli anni ’50

La tinta si faceva così: prendevano quei grandi barili in metallo per il trasporto del petrolio, lo sistemavano su un tre piedi di ferro sotto il quale veniva acceso il fuoco. Vi versavano dell’acqua fino a metà o anche più, e quando l’acqua bolliva, versavano la tinta che consisteva in scorza di pino ridotta in polvere; costava molto e le colorava di marrone scuro. Quando l’acqua riprendeva a bollire, come in un rituale i marinai aiutavano il proprietario della rete a immergerla e tirarla fuori una volta terminato il tempo di immersione. La stendevano e nel frattempo aggiungevano dell’altra acqua, dell’altra tinta, e altri pescatori si aiutavano fra loro e ritingevano le proprie reti. Ho parlato di rituale perché quella era una festa a cui partecipavano anche le famiglie; stendevano qualche tovaglia, pane, fiaschi di vino, salame, qualcuna addetta alla griglia cucinava carne o pesce e la festa andava avanti fino all’esaurimento dei viveri e della tintura.

Oggi le reti sono fatte in nylon e di tutto questo che vi ho raccontato non rimane più niente; come quelle spose sempre vestite di nero, che dalla primavera si potevano vedere in certi vicoli marinari. Ricordi rimasti solo nella mente di qualche vecchietto.

Paolo Maraldi