Le vite degli altri

hotel casa major

“Le vite degli altri” è un film premiato con l’Oscar di Florian Henckel von Donnersmarck, la cui congiunta Elisabeth è da tanti anni nostra concittadina (è sull’elenco telefonico, non svelo granché). Racconta d’una spia politica che s’interessa della vita altrui. Oggi siamo pieni di realtà come Facebook, con tanta gente che non vede l’ora di raccontare tutta la sua vita, specie passata (cioè l’esatto contrario del film). Perché? Partiamo da una frase “Cervia è DIVENTATA una città da vivere tutto l’anno, con eventi capaci di attirare turisti in ogni stagione” (Carlino 21.01.2014). In primis: sempre attenzione agli “esterni”; mai ai residenti! Di affermazioni come questa ultimamente ne leggiamo spesso, smentite da più fatti. Gia il costante aumento della popolazione attesta che da un pezzo qui si vive tutto l’anno, e certo prima non andavamo a rifugiarci in letargo finita la stagione balneare! Anzi, anni fa i servizi erano ancor più variegati e più diffusi sul territorio! Per Milano Marittima, la realtà che ovviamente conosco meglio, basterebbe dire che la Banca Popolare di Ravenna vi aveva già aperto uno sportello estivo nel 1950 diventato anche invernale nel 1955. Significa che già 60 anni fa Milano Marittima aveva una vita florida tutto l’anno, altrimenti col cavolo che una banca vi avrebbe mantenuto una sede anche l’inverno. Ancora negli anni 80 i residenti tutto l’anno era infatti molti: almeno 10 nuclei famigliari fra Quarta e Quinta Traversa; quattro alla Sesta; sei alla Settima; addirittura 10 all’Ottava ecc. Potrei fare per ciascuno nomi e cognomi. Famiglie che talvolta erano già qui da poco prima o da poco dopo la Seconda Guerra Mondiale. Oggi quasi tutte sparite, o ridotte ad un solo membro anziano.

Della mia generazione resto quasi solo io. E’ consequenziale che, non ritrovandosi più come “vicini”, ci sia la tendenza a volersi ritrovare in “piazze” d’incontro virtuale come la nostra pagina Facebook. Un po’ perché siccome ci hanno avvelenato il presente ed ipotecato il futuro, speriamo almeno ci lascino il passato. Snobistico e riduttivo etichettare tutto ciò come “Nostalgie e campanilismi online” (Corriere 30.12.2013) o “Antropologia provinciale applicata” (Corriere 22.01.2014). Certo, trattasi anche d’un rifugio in una socialità ristretta per ritrovare delle certezze che con la presente congiuntura si sono perse a livello sia personale sia collettivo. Ma non è solo questo. Ci sono anche altri perché. Si vuole combattere la “sindrome del carcerato” come la chiamerei io. Quando escono di galera, i carcerati è come non avessero un passato, perché esso praticamente coincide con la galera. E quando ne sono fuori non ne parlano. C’è il presente, c’è il futuro, il passato no. Così è per tanti di noi. Tante cose e tante persone sono ormai cambiate attorno a noi e del passato ormai abbiamo sempre meno occasioni di parlarne, proprio perché ci manca chi possa condividerlo. Ma come può condividere il passato con noi chi è arrivato qui da poco tempo? Chi può ripercorrere con noi tutto il Primo Tempo del film della nostra vita? Con loro abbiamo in comune solo presente e futuro, il Secondo Tempo della nostra vita. Ma quegli argomenti sono nel nostro DNA ed è normale quanto giusto che nascano delle community. Mica possiamo autocensurarci sulla nostra vecchia vita. Non è voler escludere qualcuno. Solo voler mantenere il nostro bagaglio personale. Se poi uno si sente offeso perché non può partecipare alla cura di questi orticelli della memoria, il “problema”, ammesso sia un problema, è solo suo. Non posso farci niente se lui non c’era quando il 27 Marzo 1978 a Milano Marittima fece 30cm di neve; o se non si ricorda del vecchio ciabattino difronte all’Hotel Doge (uno dei tanti personaggi che popolavano la mia Milano Marittima). Il lato anzi positivo l’ha invece evidenziato il Papa nella 48a Giornata delle Comunicazioni Sociali, quando dice come il web può supplire alle “periferie esistenziali” per un “rinnovato senso della famiglia umana”. Cioè oltre sterili campanilismi. Le iniziative benefiche programmate da certi siti come quella di “Sei di Imola se” vanno proprio in tal senso. Onorano la Romagna e dimostrano che si tratta di realtà nate per fare aggregazione, non esclusione.

Il Conte che non conta