Movida o salotti?

hotel casa major

Archiviata l’estate già si pensa alla prossima scadenza di bottega, cioè Natale (Corriere 10.10.2013): cenone ai magazzini, fuochi artificiali, negozi aperti fino a tarda notte e rassegna vinaiola, insomma tante novità, no? E nel frattempo? Dato che non si vive di solo pane, ci vengono proposti i mercoledì culturali di “Il sale della storia”, anche qui tante le novità dei temi trattati: spiaggia, pineta, villini, colonie, hotels. “La movida? Non esiste, è un’etichetta commerciale, un’invenzione dei mass-media applicata ad un nuovo modo di esprimersi” reclamava anni fa il regista Pedro Almodòvar intervistato dal nostro mensile “Moda” (n.64 Giugno1989). Almodòvar parlava di “un fermento culturale” con massimo fulgore fra il 1977 e il 1982. Ergo la movida è un movimento culturale, non il casino dei locali notturni. La movida spagnola era l’espressione di una rinnovata gioia di vivere dopo 40 anni di costrizioni imposte da una dittatura militare. Qui a Milano Marittima i nostri giovani non hanno alle spalle 40 anni di costrizioni, ma di troppo benessere che ha sortito l’effetto contrario che in Spagna, ha cioè annichilito proprio la cultura.

Vere palestre di pensiero, non certo per far cassetto, erano i salotti: ogni cittadina ne aveva uno. Fosse anche provincialissima, come la Bagheria dell’omonimo racconto di Dacia Maraini. Qui da noi siamo passati dai “trebbi” ai bar sport, passando al massimo per la sala d’aspetto del medico o la poltrona del barbiere. Un po’ deludente per l’arrogante città glam dei vip! Quella che si pubblicizza fra le località più rinomate al mondo. Quando ero bambino, ricordo nell’entourage che gravitava in casa del mio nonno paterno, diverse persone come il nipote di D’Annunzio il principe di Belmonte, sposato con una donna della stessa famiglia della mia bisava. Ricordo il cugino di Benedetto Croce, il duca di Castronuovo, zio della Benedetta Craveri che è una specialista dei salotti letterari del 700 e col marito fa parte d’un altro celebre salotto, quello di Castiglioncello. Ricordo il conte Coccia-Urbani che rappresentò Casa Savoia ai funerali di Dino Grandi, la cui famiglia continuava anche nel Dopoguerra a venire in vacanza a Milano Marittima. Ricordo il padre di Patrizia Pellegrino, ex fidanzata di quell’Alberto di Monaco che ossessivamente ci ricordano esser venuto a giocare a tennis. Ricordo il padre della principessa Colonna la cui famiglia aveva terre a Villa Inferno e ancora ne hanno a Savignano e Santarcangelo. Avevano creato un mensile politico di area monarchica sui cui scriveva il plurimedagliato Carlo Delcroix, che aveva una bella villa alla Terza Traversa. Qui a Milano Marittima in Viale Cadorna ci fu per breve tempo il salottino politico e nostalgico dell’Onorevole Clavenzani, frequentato in incognito da donna Rachele. Ma l’unico vero salotto degno di tale nome fu quello dell’avvocato Enrico Maria Redenti, nella sua villa sulla Rotonda Don Minzoni. Villa Redenti, con tanto di vigna, fu poi trasformata nel 1963 in un condominio, la Residenza San Domenico. Negli anni 70 due erano gli attici di cui parlavano a Milano Marittima, uno era questo appena descritto, l’altro (1964) quello di più modeste dimensioni ma non minori comfort dove abita tuttora chi scrive. Quando in una nota discoteca sento accogliere un tale sempre come “il Principe di Milano Marittima” mi viene rabbia perché lui con Milano Marittima non c’entra niente e penso che il titolo lo meritava proprio Redenti che era di famiglia di fondatori milanesi. Personaggio conservatore, molto religioso era amicissimo delle Orsoline e tuttora alla Stella Maris ci sono varie panche a nome di membri della famiglia.

Come ricorda la nipote di Palanti, era legatissimo alla moglie Melania detta “Ponpon” morta prematuramente. la simpatica contessa Paola Pullè (Redenti ci teneva alle amicizie blasonate) ricorda il successivo legame con Gabriella Ligi-Albanese, d’importante famiglia. Senza figli, forse per questo amò circondarsi di gioventù, specialmente “eletta” gioventù e magari avvocati come lui, come nel caso della frizzante Veronica Baggio (da parte di madre discendente di fondatori), o il marchese Gianraniero Paulucci di Calboli Ginassi la cui moglie conserva ancora foto di quegli anni. Poi c’erano altri amici, come i milanesi Giulianini proprietari di Villa Rovere a Forlì, i bolognesi Merlini-Paladini, i conti Guarini-Fabbri, insomma un ambientino degno della penna di Proust. Davvero un tempo “ricercato” e “perduto”… Sentendomelo ricordare, una persona che lo conobbe bene disse che se conoscevo i suoi amici, per la proprietà transitiva dovevo anch’io essere un gran signore, perché Redenti era snobbissimo e assai selettivo. Invece aveva anche un coté molto semplice, specie nei rapporti con i dipendenti e nell’amore per il mare e per… la piadina! Amava l’arte, nel 1967 organizzò una mostra con Werther Morigi, Mina ed Alighiero Noschese. Recentemente un politico (già nostro assessore) ha definito “un valore culturale spesso non percepito” quello degli stabilimenti balneari (Carlino 25.05.2013). Ecco cosa si intende per “cultura” nella Milano Marittima post-Redenti. Ne avrebbe sorriso? O forse per evitare di parlare, avrebbe tenuto impegnata la bocca con un pezzo di piadina calda, magari accarezzando con nonchalance il cagnetto Arù?

Il Conte che non conta