Storia delle vecchie ville di Milano Marittima

hotel casa major

Quando una delle ville Barbanti, quella d’angolo fra la Prima Traversa e Viale Matteotti, fu convertita nel ristorante “Il Caminetto” (poi bruciato) il Dott. Patrassi di Padova che la villa l’affittava da anni, disse che gli veniva da piangere.

Oggi è lo stesso, se non peggio: ogni volta che sparisce o viene snaturata una vecchia villa, non sono certo eccellenze come Il Caminetto a rimpiazzarla. Anche villa Cadorna rischiò di diventare un ristorante o un bar. Ennio Nonni (genero di Berardi del grattacielo Marinella) ha scritto in un suo articolo inserito nel catalogo della mostra su Palanti, che solo nella zona del “centro” di Milano Marittima sono state almeno 60 le costruzioni originarie demolite o pesantemente alterate (e al computo mancano gli scempi degli ultimi anni). Il che significa che da decenni (propaganda a parte) si stanno minando le basi della cittadina nei suoi tratti più peculiari.

Le prime lacrime dei “signori” delle ville (per tornare all’episodio di Patrassi) corsero allorquando durante la guerra esse furono occupate dai cervesi, come un esproprio proletario in piena regola, e di cui si venne a capo col tempo e col denaro, praticamente ricomprando il proprio, quando si poté. Dato che in più casi dalle ville era sparito tutto il mobilio, come ad esempio nella villa della contessa Graziani (Annamaria era una donna dal gusto raffinato come testimoniava la sua casa ferrarese) e nella villa dei conti Gianni-Fantuzzi (da cui furono asportate pure le tazze dei cessi).

Storia delle vecchie ville di Milano Marittima

I resti del vecchio Caminetto dopo il rogo

Scorrendo vecchie foto e progetti, vediamo che quasi sempre erano villini poco pretenziosi, sia nei decori che nei volumi. Si lasciava il più dello spazio al verde, poiché la vita sociale e turistica si svolgeva essenzialmente all’aperto. Ciò è tuttora ben testimoniato alla Decima Traversa dal vasto giardino di Villa Picone (opera d’anteguerra dell’architetto-podestà Focaccia) che conserva ancora le vecchie dune di Milano Marittima, ormai dappertutto scomparse (altre sono dietro la Colonia Varese e in pineta ovviamente).

Rarissimi i casi contrari, tipo le ville d’ispirazione palladiana (dette “del Principe Azzurro”) dei Bianchi (fondatori milanesi) dov’è l’Hotel Flora; o la villa castelletto dei Berné in Viale Ravenna (dove sorse la scuola alberghiera). Villa tuttora prestigiosa all’Anello del Pino, villa Majani (venduta e completamente restaurata nel 2020), è di fatto un grande parco e per noi è da sempre chiamata “la villa degli animali” perché una volta se ne vedevano parecchi come ad esempio i fenicotteri.

Un’altra famiglia di fondatori, i Tempini, aveva ben tre ville (una fu poi la casa di Aldo Spallicci e un’altra passò alla contessa Malagola) ma nessuna di grandi dimensioni. Perlopiù a causa della facciata, certe ville possono dare idea contraria, come la villa che fu dei conti Biagi accanto alle poste (che conserva ancora lo stemma), la villa che fu di “NinniDe Castro alla Seconda Traversa e soprattutto la ex Villa Perelli di Piazzale Genova che con le alte colonne pare enorme ma ciò che vediamo è il risultato di ampliamenti posteriori, quando la villa divenne, grazie alla famiglia Arfelli e gli eredi Baracchini, uno degli hotel più chic di Milano Marittima.

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Villa Perelli divenuta poi Touring

I Vastissimi appezzamenti di terreno potevano ospitare anche cavalli e scuderie, come le ville scomparse dell’onorevole Tartuffoli o della marchesa Paulucci di Calboli. Nei mesi estivi alcune ville diventavano circoli politici come la villa dell’onorevole Ugo Clavenzani in via Cadorna, con consorte dedita alle pubbliche relazioni. D’inverno erano luogo di gioco dei bimbi locali, come villa Tartuffoli (complice il custode).

Nel tempo alcune famiglie hanno dimezzato i giardini cedendoli a nuove costruzioni (vedi villa Pasini, villa Guidi, villa Perelli, villa De Maria, villa Damerini, villa Biagi, villa Ginanni) altre sono state distrutte completamente (villa Redenti, villa Babini, villa Casella, dove sorsero grandi condomini). La casa a Milano Marittima non era come oggi uno status symbol.

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Ville Bianchi in seguito abbattute per cedere il posto all’Hotel Flora

Quelli “importanti” erano i padroni delle ville, non le ville stesse o la location. Erano loro a fare del posto un luogo d’élite. Se esternamente le villette davano sostanzialmente un’idea di semplicità, meno semplice era ciò che vi accadeva all’interno, dal mobilio ai riti degli abitatori, il mondo tutt’oggi decisamente chiuso della vecchia élite di Milano Marittima. Tant’è che un “nuovo ricco” come Lamborghini, per evitare snobismi, si fece la villa a Lido di Savio cercando di introdursi nella mondanità locale scegliendosi come pierre il marchese Gerino Gerini che a Milano Marittima aveva amici suoi e di famiglia (mia madre e la contessa Ginanni-Fantuzzi).

La frequentazione di queste case era ed è tutt’ora non da tutti, se non si fa parte del “giro”. ultimo baluardo d’esclusivismo vero, quello degli anni passati in cui anche solo “sedersi al Nuovo Fiore valeva ben oltre un gelato” (Corriere 19.12.12).

Il Conte Ottavio Ausiello-Mazzi