Fra miti e leggende, cerchiamo di vederci chiaro sui pini con questa intervista al Dott. Agr. Giovanni Morelli.
Dopo il nubifragio che ha colpito pesantemente Milano Marittima la notte tra il 23 e il 24 agosto 2025 (il terzo evento estremo in soli 6 anni) e che ha visto centinaia, se non migliaia, di pini abbattuti dai venti, se ne sono lette e sentite di tutti i colori e ho pensato che fosse giunto il momento di fare un po’ di chiarezza su queste piante che, a Milano Marittima, ci accompagnano da sempre. Chi meglio di chi ha titoli e lavora con gli alberi ogni giorno della sua vita può aiutarci a fare chiarezza?
Per questo motivo ho intervistato il Dott. Agr. Giovanni Morelli, consulente nella gestione di parchi e giardini, esperto di valutazione di stabilità degli alberi e di morfofisiologia arborea. Il Dott. Morelli è inoltre direttore tecnico della Società AR.ES. di Ferrara, è socio dell’ISA – International Society of Arboriculture, della SIA – Società Italiana di Arboricoltura e della SAG Baumstatik e.V. associazione internazionale che raccoglie i tecnici abilitati al metodo S.I.M., ovvero per l’analisi della stabilità degli alberi tramite trazione controllata. Il Dott. Morelli è inoltre in possesso delle seguenti certificazioni e qualifiche: ISA Certified Arborist e BCMA (Board Certified Master Arborist), ETT – European Tree Technician, TRAQ (Tree Risk Assessment Qualification) dell’ISA e, infine, QTRA (Quantified Tree Risk Assessment). Nel Comitato Tecnico di Gestione dell’Accademia Contemporanea di Arboricoltura è coinvolto nella progettazione, programmazione, coordinamento didattico e analisi dei fabbisogni formativi del settore. È in fine docente di DINAMICA dal 1996.

Intervista al Dott. Giovanni Morelli
LemieCeMM: Milano Marittima è stata costruita nel 1912 dentro alla pineta, quindi tutte le varie infrastrutture sono state ricavate tra i pini e le loro radici, comprese le strade e le case. Con questa premessa, la città era quindi già spacciata fin dall’inizio o è stata l’errata gestione del verde a portarci dove siamo oggi?
Dott. Morelli: Gli alberi urbani o, come nel caso di Milano Marittima, urbanizzati sono costantemente esposti ai disturbi causati dalle più diverse attività antropiche. Per quanto detti disturbi possano essere forieri di potenziali danni vegetativi e strutturali, grazie alla loro naturale resilienza gli alberi sono spesso in grado di convivere. La possibile convivenza dipende dall’attenzione con cui vengono svolte le varie attività ed è affidata per la sua valutazione critica all’esame dei professionisti. Per questo capita che, in seguito alle campagne di analisi della stabilità, alcuni alberi ricevano prescrizione di abbattimento. Sarebbe utopico immaginare il “funzionamento” di una città senza disturbi arrecati agli alberi, quindi non è possibile concludere che la pineta fosse condannata fin dalla sua urbanizzazione.
LemieCeMM: Nel suo ultimo comunicato su Facebook, afferma che il pino domestico è una specie autoctona, ma ho sempre saputo il contrario, essendo stati piantati dai romani per la loro flotta. Per quale motivo possiamo, invece, considerare i nostri pini una specie autoctona?
Dott. Morelli: Bisogna comprendere che il concetto di autoctonia è solo una convenzione in quanto le specie arboree si “spostano”, seguendo il proporsi di diverse circostanze, quali, ad esempio, i naturali mutamenti climatici; quindi, andando indietro nel tempo, tutte le specie sarebbero di fatto intrinsecamente alloctone. I Pini sono certamente una specie mediterranea (sacramentalmente legata al mito di Attis, ad esempio) con paleo tracce polliniche anche nel nostro paese, dove ci sono “sempre” stati e dove sono perfettamente in grado di riprodursi. Che poi gli uomini – segnatamente i romani – ne abbiano incrementato la coltivazione e quindi il numero relativo non ne modifica la storia. La storicizzazione del Pino domestico, peraltro, ne ha fatto una specie iconica e rappresentativa del nostro paese (all’estero è anche noto come “Pino italico”), ritratto negli affreschi delle domus romane o rappresentato dal Botticelli, solo per fare due richiami. Peraltro la questione dell’autoctonia è solo un pretesto, poiché, se vogliamo dirla tutta, le nostre città sono piene di specie alloctone ben più “recenti”: applicando lo stesso rigido criterio usato per il Pino, ad esempio, anche il Leccio (tanto decantato come potenziale “sostituto” del Pino) non sarebbe certo “autoctono” per l’Adriatico settentrionale.
LemieCeMM: Sento molto spesso dire che il pino è un albero che non può stare in un terreno che contiene acqua salata e sabbia. Come si spiega, allora, che la pineta della Foce del Bevano e quella cresciuta dagli anni ’80 nel cortile della Colonia Varese siano in grande forma e rigogliose pur essendo praticamente sul mare?
Dott. Morelli: L’acqua salata non piace a nessun albero (tranne che a rarissime e “alloctone” specie”), ma molti alberi – soprattutto quelli ruderali, come i Pini – sanno adattarsi e, dunque, prosperare anche in condizioni difficili. Il problema non è dunque la presenza di una falda salina ma, piuttosto, il suo progressivo elevarsi che raggiunge radici già adattate alla condizione preesistente, come purtroppo spesso accade (ma in questo caso non campa praticamente nulla). Riguardo alla sabbia, tutti i Pini prediligono terreni sciolti e incoerenti: ghiaia, roccia o… sabbia. I loro apparati radicali (come quelli di altre specie: Cedri, Bagolari e Larici, per fare qualche esempio) sono “progettati” per garantire perfetta stabilità proprio in queste circostanze.
LemieCeMM: Veniamo alla questione delle radici che tanto odio porta verso queste piante. Qui, davvero, ne ho sentite di tutti i colori. È vero che il pino fa solo radici orizzontali, che rompono tutto, e non c’è niente che lo tenga ben ancorato profondamente a terra?
Dott. Morelli: I Pini – tutti i Pini – sono caratterizzati da un possente fittone verticale permanente di origine embrionale, mentre la maggior parte delle specie arboree (tutte le latifoglie delle zone temperate, ad esempio), il fittone lo perdono all’esordio della maturità. Potremmo dunque concludere che i Pini – soprattutto i grandi esemplari – sono gli alberi con le radici più profonde. Tra i Pini, poi, il domestico è il “campione” indiscusso di profondità. I Pini, tuttavia, sviluppano anche potenti radici superficiali (apparato radicale fascicolato) e una cosa non esclude l’altra. Può certamente capitare di vedere Pini senza fittone, ma questo è il risultato di uno sviluppo patologico accidentale (risalita della falda, degenerazioni biotiche e così via) o intenzionale (eliminazione del fittone nelle prime fasi della preparazione di materiale vivaistico).
LemieCeMM: Quanto incide per la salute del pino e delle sue radici, quella pratica, ormai in voga nei marciapiedi e per le strade, di accerchiare la base del tronco con il cemento fino a tombarne le radici?
Dott. Morelli: Chiaramente ai Pini non piace essere circondati da manufatti, ma lo tollerano meglio di altre specie (le Querce, ad esempio) e, se vogliono, ne sanno uscire producendo le famigerate formazioni nodulari (originate da specifiche radici di natura fascicolata) responsabili dei danni alle pavimentazioni attribuiti a questa specie. Dunque più che la “tombatura” sono dannosi i ripetuti interventi di ripristino di ciò che gli alberi distruggono, in quanto comporta l’asportazione delle radici ritenute responsabili.
LemieCeMM: Cosa ne pensa della soluzione sperimentale, per preservare i marciapiedi, adottata a Riccione con le celle o isole vegetative? Funzionerebbe anche a Milano Marittima con le nuove piantumazioni?
Dott. Morelli: Funzionano! Il Comune di Riccione è un mio cliente e ho seguito gli alberi che hanno goduto di queste soluzioni. Purtroppo per motivi tecnici (e talvolta economici) non sempre sono applicabili.
LemieCeMM: Lei è assolutamente contrario alla potatura dei pini. Mi può spiegare perché non deve essere fatto e se, qualora fosse fatto (come di fatto avviene), questo possa portare alla loro caduta, magari non subito, ma dopo decine di anni?
Dott. Morelli: Ci sono due ragioni. La prima ragione è di natura aerodinamica. Gli alberi adottando diverse soluzioni per “sfuggire” alla spinta del vento. La prima, comune a moltissime latifoglie, è di possedere chiome a “geometria variabile” che si fanno più compatte e dense sotto la spinta del vento, orientandosi nel suo flusso. La seconda soluzione è quella della “invisibilità” rispetto al vento: si tratta di alberi con chiome a geometria “rigida” ma aerodinamica, in grado non solo di ridurre la turbolenza, ma anche – grazie al loro profilo alare – di generare portanza. Pochissime specie (ad esempio le Fabaceae), infine, adottano il principio di “trasparenza”, formando chiome che si lasciano più o meno attraversare dal vento. Intervenire con le potature alterando le naturali architetture rameali delle diverse specie nella presunzione di migliorarne le prestazioni dinamiche (o anche statiche), conduce al disastro. Può sembrare controintuitivo, ma è così. La seconda ragione è di natura ormonale. Le gemme apicali intrattengono un dialogo costante con gli apici radicali: è il modo con cui l’albero “prende coscienza” di sé ed affina le strategie morfogenetiche di crescita e sviluppo. Se io poto un albero, ciò inevitabilmente causa un crollo nella produzione di ormoni aerei che (semplificando), impone una contrazione dell’apparato radicale. Una volta passi, due anche, tre volte inizia ad essere un problema: alla quarta o quinta potatura (casomai aggravata da scavi concomitanti) è un disastro. E i Pini a questo meccanismo di feedback sono più sensibili di altre specie non avendo gemme latenti o avventizie.
LemieCeMM: E ora l’affermazione che più leggo nei commenti sui miei social: “i pini stanno bene in pineta e non devono stare nei centri abitati”. Cosa risponde a chi afferma questo?
Dott. Morelli: Dipende, se parliamo avendo come interesse il bene del Pino o il nostro. Dal punto di vista del Pino, meglio la pineta (anche se, essendo specie ruderale, non ama necessariamente stare pressato ad altri alberi, soprattutto se appartenenti a specie diverse), dove i disturbi sono minimizzati. Dal punto di vista antropico (servizi ecosistemici e simili), gli alberi dovrebbero crescere dove “servono”, cioè in ambito urbano. Saranno ormai migliaia gli studi scientifici – alcuni insigniti di premi Nobel – che lo dimostrano. Direi che la questione è chiusa: i Pini devono stare in pineta e in città!
LemieCeMM: Dopo 113 anni dalla sua fondazione, Milano Marittima è ormai decimata dei suoi pini. Qual è la sua ricetta per preservare quel relativamente poco che ancora rimane? Dobbiamo rassegnarci al cambiamento climatico e piantare altre varietà di alberi?
Dott. Morelli: Piccola premessa: al cambiamento climatico dobbiamo rassegnarci, poiché è già qui; potremo, forse, rallentarlo nel medio periodo o invertirne la tendenza nel lungo (lunghissimo) periodo, ma adesso dobbiamo farci i conti. Fare i conti significa accettare che con venti a 120-130km/h va giù tutto, ma proprio tutto. Gli alberi, però, sono la soluzione, non il problema e sono, come noi, vittime del cambiamento climatico. Dobbiamo pensare le città del futuro a misura di albero, città nelle quali i disturbi agli alberi siano minimizzati, nelle quali il “paesaggio ipogeo” sia oggetto di specifica progettazione e dove vengano adottate soluzioni specie-specifiche in grado di implementare benessere e stabilità degli alberi. Le tecnologie e le conoscenze sono già disponibili, basta adottarle.
Buongiorno dott.Morelli ho letto con interesse l’intervista che ha pubblicato, così come ho letto tutto quello che è stato scritto da quando è successo l’ennesimo disastro a Milano Marittima. Anche noi abbiamo due pini , a casa al mare uno domestico e uno marittimo di quasi 50 anni. Sono bellissimi. Mio padre il secondo lo pianto’ a poco più di 2 metri dal primo e adesso sono diventati imponenti. Questo mi crea non poca ansia visto quello che succede….
ottimo