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La vita di un’aquila stanca

Nella vita di ognuno di noi arriva quel giorno dove ti trovi a frugare in soffitta tra i vecchi oggetti di famiglia coperti da anni di polvere. E’ stato così per me quando, nella casa a Cervia in previsione di un trasloco, ho trovato un vecchio libro scritto a macchina. Non avevo idea di cosa potesse essere, e così, tolta la polvere e voltata l’anonima copertina blu mi balzò agli occhi il titolo “La vita di un’aquila stanca“; avevo tra le mani il libro di memorie di guerra di mio nonno.

Leggerlo è stato emozionante perché mi ha permesso di conoscere un lato della sua vita, quello durante la carriera in Aeronautica nella Seconda Guerra Mondiale, da vero avventuriero, molto distante dal nonno tranquillo e casalingo che avevo conosciuto. Mi è stato chiaro fin da subito che il suo desiderio era che il libro fosse letto, una conferma l’ho avuta quando all’inizio del testo originale scrive “Per faticare meno a tenere il libro in mano, conviene levare i relativi fogli aprendo gli anelli”.

La vita di un'aquila stanca

Nel libro Gualberto Benzi racconta la sua vita da quando era un bambino che scorrazzava tra le Cervia e Milano Marittima dei primi anni ’20, a quando dovette scampare alla morte durante le battaglie in aereo e i bombardamenti, per finire con la rara malattia al cuore che colpì sua moglie.

“La vita di un’aquila stanca: Diario di un aviatore della Seconda Guerra Mondiale” è una esclusiva Amazon al prezzo di €14,99 per la versione cartacea e €8,99 per quella in formato Kindle.

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Quando Cervia si spopolò e i salinari vennero schiavizzati

Scritto da Nino Giunchi

Non fu la peste e neppure il terremoto. I Savoia riuscirono dove ne Papi, Re o Dogi erano riusciti. Questi avevano già incamerato, nel 1862, le 47 saline della C.A. Potevano i Savoia condividere le saline cervesi con la nobiltà papale che era ancora proprietaria della quasi totalità di queste?

Quando Cervia si spopolò e i salinari vennero schiavizzati

Nella torretta in primo piano vi erano i maniglioni che accendevano e spegnevano l’elettricità proveniente dalla centrale della Bova dove erano i generatori di energia elettrica

Quando Cervia si spopolò e i salinari vennero schiavizzati

Si scava la darsena per il posizionamento del plinto per i nastri trasportatori

In uno stato di Diritto non si potevano espropriare Saline e Miniere come dice De Gasparis nel suo libro del 1900 IL SALE E LE SALINE. Ed ecco saltare fuori un “però” con due leggi. D.M. n° 752 del 17 febbraio 1907 e D.M. n° 2037 del 2 luglio 1908. I Savoia mettono in atto, come maggiori proprietari, la più grossa trasformazione mai avvenuta nelle saline cervesi: canali pensili, aumento dei Morari, nastri trasportatori per la reposizione del sale nei magazzini, nuova presa a mare con due pompe di sollevamento dell’acqua (Questa contestata dall’Ing. Capo del Comune con un suo progetto molto meno dispendioso).

Quando Cervia si spopolò e i salinari vennero schiavizzati

Fu la prima pompa di sollevamento acqua della Bova e funzionava con un motore a gas

Quando Cervia si spopolò e i salinari vennero schiavizzati

Il Magazzino Darsena visto dall’interno

La cifra di questa trasformazione è enorme e va divisa fra tutti i proprietari. Le ultime saline di proprietà furono vendute il 19 febbraio 1910. Se ne andò tutta la nobiltà, i notai, i diversi fattori, i direttori e i contabili della salina ma anche molti facchini rimasero poi senza lavoro. Anche il proprietario di tutte le burchielle fu costretto a venderle e perse la ragione, perché gli pagarono una cifra irrisoria di tutto il capitale che aveva investito. Quella volta rimanemmo anche senza Vescovo…

L’ATTO DI VENDITA DELLE SALINE

Quando Cervia si spopolò e i salinari vennero schiavizzati

Quando Cervia si spopolò e i salinari vennero schiavizzati

Chiesa San Martino Prope Litus Maris

Scritto da Nino Giunchi

Ricordo l’inaugurazione del Museo Archeologico Cervese voluto dal Sindaco Roberto Zoffoli, a cui vanno i ringraziamenti miei e dei cervesi essendo riuscito a valorizzare una parte della nostra storia. Quello in cui non era riuscito neppure il nostro storico cervese ed ex sindaco Gino Pilandri negli anni ’82/’83, quando era totalmente sicuro di fare un museo nel Rubicone che mi fece togliere, dalla cantina dove erano custoditi, tutti gli attrezzi delle saline che mio babbo, come tanti altri salinari (forse non volevano credere che, quella volta, sarebbero stati buttati via 2300 anni di storia) li avevano conservati.

chiesa san martino prope litus maris

Pianta della chiesa del V° secolo con segnati i resti dei mosaici.

Così tirai fuori paloncelli, paniere, gavaricasse, carrioli barelle, piron e forabus che misi in bell’ordine nel cortile sicuro che qualcuno li sarebbe venuti prendere. Passarono settimane, mesi, poi qualcuno si prese la briga di dirmi che il museo non si sarebbe più fatto ma non mi disse il perchè. Allora mi venne in mente quello che diceva qualche anno prima il maestro Ascione: da quando a Cervia comanda la legione straniera non si capisce più niente.

chiesa san martino prope litus maris

L’ira mi mise nelle mani un mannarino e in un’ora feci fuori 2300 anni di storia. Posso solo immaginare lo stato d’animo di Gino Pilandri. Ma torniamo a San Martino Prope Litus Maris. Una basilica di 38 per 19 metri con mosaici policromi dimenticata per oltre mille anni poi fatta dimenticare ulteriormente dal 1989 fino ad oggi.

chiesa san martino prope litus maris

All’inaugurazione del museo ho sentito molti giovani chiedersi che cosa e dove fosse quella chiesa. Bene, i mosaici sono stati staccati nel 1989/’90 hanno girato le scuole di S.Andrea, le cucine di Tagliata, l’hotel Leopardo di Milano Marittima, il ricovero Cavallino Bianco e infine il Magazzino Comunale dove attualmente si trovano tredici lacerti, mentre tre sono stati portati a Ravenna e restaurati e forse saranno posizionati nel nostro museo. Per gli altri tredici nel magazzino speriamo bene.

chiesa san martino prope litus maris

chiesa san martino prope litus maris

Per concludere: se una città che vive di turismo fa finta che queste cose non esistano e non le valorizza, sarebbe ora che quelli che la sfruttano si mettessero le mani in tasca non solo per prendere ma anche per dare. Detto cervese: quand c’un i nè un s’nis spend. Dedicato a tutti quelli che da oltre ventanni, finita la stagione turistica, puntualmente, si riuniscono per pensare come allungarla. Cun la penza pina us fa fadiga a pinsè.